condors94 ha scritto:insomma ripeto mi servirebbe un qualcosa che mi facesse acquisire le nozioni principali,così da poter migliorare le mie conoscenze tramite il libro... il problema è che il mio libro vero e proprio di elettronica spiega le cose in modo pessimo mentre gli altri libri (elettrotecnica,TDP ecc..)le spiegano ma naturalmente non in modo cosi approfondito
Onestamente non so quanto possa far schifo il tuo libro di testo ma quello che chiedi sono cose solo in apparenza semplici e, se cominciano proprio dall'inizio, andiamo avanti per anni... Comunque ci provo a buttare qualche sasso in acqua per vedere che effetto fa.
Il primo punto da chiarire quando si ha a che fare con i transistori ma anche con i MOSFET (o, per i vecchietti come me, anche i JFET e i tubi elettronici) è capire cosa fanno veramente e come questo viene sfruttato. Il cosa fanno veramente è piuttosto semplice: controllano tramite un elettrodo apposito (la base) la corrente che scorre - in una sola direzione: i transistori di per sè funzionano SOLO in corrente continua - tra altri due elettrodi (dall'emettitore al collettore). La virtù principale del transistor come di tutti gli altri dispositivi attivi è quella di attuare il controllo di tale corrente con una potenza molto piccola, in genere di gran lunga inferiore a quella che viene gestita, tramite appunto il controllo della corrente che scorre tra loro, da emettitore e collettore. Tutte le "magie", amplificazione compresa (o meglio amplificazioni: ce ne sono di diversi tipi), che si ottengono con i transistori e con i dispositivi attivi in genere derivano da questa loro proprietà fisica.
Per sfruttare questa loro caratteristica - controllare una corrente che scorre tra due elettrodi (emettitore e colletore) tramite una corrente molto minore che viene estratta (se si usano transistori NPN) o iniettata (se si usano transistori PNP) in un terzo elettrodo (la base) occorre polarizzare quest'ultimo in modo che il transistor si trovi a lavorare a partire da un punto di lavoro ben definito (detto "punto di riposo") che si decide di volta in volta a seconda di cosa si vuol far fare al transistor e in che modo.
Per il "cosa far fare" significa definire se il transistor deve funzionare da controllore lineare della corrente che lo attraversa (ovvero la corrente di uscita tra emettitore e collettore viene controllata in modo continuo e proporzionale, tra un valore minimo e massimo, dalla corrente e dalla tensione applicata alla base - in realtà si applicano sempre tutte e due ma, a seconda dei casi, si da a una delle due grandezze la priorità sul controllo dell'uscita lasciando che l'altra si adegui di conseguenza) oppure deve funzionare semplicemente come un interruttore.
In entrambi i casi i transistori rimangono sempre transistori ma cambia completamente la gestione del loro funzionamento: nel primo caso si cerca di mantenere tra ingresso e uscita la maggior proporzionalità possibile in modo da avere una distorsione quanto più ridotta possibile; nel secondo caso invece ci si preoccupa solamente di mandare in base una corrente sufficiente a far sì che, in base alle caratteristiche del circuito di uscita, il transistore vada in saturazione (cioè conduca tutta la corrente che gli viene richiesta di condurre con il minimo di caduta di tensione tra emettitore e collettore) nel modo più deciso possibile. La prima situazione la si vuole quando si deve amplificare un segnale analogico che varia con continuità nel tempo, mentre la seconda la si vuole quando si deve "solo" accendere e spegnere qualcosa (un relé, un segnale luminoso. Almeno per sommi capi perché oggigiorno in cui è stato ormai digitalizzato di tutto e di più, la seconda condizione, pur di per sé molto più elementare da definire rispetto alla prima, in realtà può farte di un contesto che include e soppianta largamente la prima... ma tutto questo al tempo.
Quale che sia il ruolo che si vuole far giocare al transistor (amplificatore o interruttore), la chiave che definisce il suo modo di lavorare è data sempre e soltanto dalla natura del circuito di uscita (ovvero dalla natura del suo carico) con cui il transistor ha a che fare, e dalla sua polarizzazione che altro non è che il meccanismo con cui, tra quelle rese possibili dal carico, gli si impone una condizione di lavoro corrispondente all'assenza di un segnale da amplificare oppure, se usato come interruttore, di un segnale rispetto al quale commutare da spento ad acceso oppure (meno spesso) da acceso a spento.
Per il momento mi fermo qua che vado a mangiare!

CIao
Piercarlo