Progetto Illuminotecnico & Architetti
Buonasera a tutti,
volevo porre in evidenza un problema che penso sia diffusissimo. In moltissimi casi l'Architetto entra nel merito dell'illuminazione (interna o esterna che sia), volendo porre veti al progettista elettrico.
Forse sarò troppo rigoroso, ma in qualsiasi caso dovrebbe almeno interfacciarsi (nel senso CONFRONTARSI costruttivamente) con il progettista elettrico, che determina se la scelta dell'architetto è rispondente anche ai requisiti impiantistici (es. stupido apparecchio illuminante con un grado di protezione idoneo al luogo di installazione).
La prassi invece che incontro quasi sempre invece è che il progettista elettrico si trova a dover accettare la scelta senza condizioni. Ovviamente in questi casi io, nel progetto elettrico:
- mi limito a indicare i soli punti luce (indicando che i corpi illuminanti non sono oggetto del progetto)
- indico i corpi illuminanti specificando che la fornitura è del Committente.
L'architetto, infatti, non verifica mai:
- i livelli minimi di illuminamento, uniformità, UGR, come richiesti dalle UNI;
- le varie limitazioni che esistono per gli impianti all'esterno, per la limitazione del flusso luminoso;
- le complicazioni che si hanno con determinati tipi di apparecchi se è necessario dimmerare la luce;
- meno frequente, se ci sono ambienti (maggior rischio in caso di incendio ad es.) che richiedono determinate distanze e gradi di protezione;
- l'utilizzo delle lampade ordinarie in caso di emergenza (in tal caso devono essere opportunamente marchiate dalla relativa norma di prodotto);
- valutazioni sul rischio fotobiologico
Voi che atteggiamento avete in queste situazioni?
Io credo che essere troppo disponibili e collaborativi è logoro per la nostra professionalità, in quanto dovremmo fare una serie di verifiche su una scelta fatta da un'altra persona, ed il più delle volte scoprire che non è la scelta ottimale (poi magari esteticamente sono il top).
volevo porre in evidenza un problema che penso sia diffusissimo. In moltissimi casi l'Architetto entra nel merito dell'illuminazione (interna o esterna che sia), volendo porre veti al progettista elettrico.
Forse sarò troppo rigoroso, ma in qualsiasi caso dovrebbe almeno interfacciarsi (nel senso CONFRONTARSI costruttivamente) con il progettista elettrico, che determina se la scelta dell'architetto è rispondente anche ai requisiti impiantistici (es. stupido apparecchio illuminante con un grado di protezione idoneo al luogo di installazione).
La prassi invece che incontro quasi sempre invece è che il progettista elettrico si trova a dover accettare la scelta senza condizioni. Ovviamente in questi casi io, nel progetto elettrico:
- mi limito a indicare i soli punti luce (indicando che i corpi illuminanti non sono oggetto del progetto)
- indico i corpi illuminanti specificando che la fornitura è del Committente.
L'architetto, infatti, non verifica mai:
- i livelli minimi di illuminamento, uniformità, UGR, come richiesti dalle UNI;
- le varie limitazioni che esistono per gli impianti all'esterno, per la limitazione del flusso luminoso;
- le complicazioni che si hanno con determinati tipi di apparecchi se è necessario dimmerare la luce;
- meno frequente, se ci sono ambienti (maggior rischio in caso di incendio ad es.) che richiedono determinate distanze e gradi di protezione;
- l'utilizzo delle lampade ordinarie in caso di emergenza (in tal caso devono essere opportunamente marchiate dalla relativa norma di prodotto);
- valutazioni sul rischio fotobiologico
Voi che atteggiamento avete in queste situazioni?
Io credo che essere troppo disponibili e collaborativi è logoro per la nostra professionalità, in quanto dovremmo fare una serie di verifiche su una scelta fatta da un'altra persona, ed il più delle volte scoprire che non è la scelta ottimale (poi magari esteticamente sono il top).