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Obiettivi culturali e prerequisiti.
L’argomento si presta ad un approfondimento delle basi di cultura
scientifica in possesso degli allievi. Per questo scopo la loro attenzione
è posta sul modo logico-simbolico con cui, dall’osservazione dei fenomeni
fisici da inquadrare nella nozione di elettromagnetismo, si arriva alla
formulazione delle leggi che quantificano i fenomeni suddetti, fornendo
contemporaneamente uno strumento di intervento sugli stessi sia ai fini
di utilizzazione pratica che di pura conoscenza.
Le leggi fisiche sono l’interfaccia che pone in comunicazione la
mente dell’uomo con il mondo esterno. Esse non sono il mondo fisico,
ma dei modelli costruiti con i simboli su cui la mente opera, correlati tra
loro dalla logica, comprensiva sia dei procedimenti induttivi che di quelli deduttivi.
Tenendo presente sia il fine di pura conoscenza che quello
applicativo i prerequisiti richiesti per l’introduzione della materia
generalmente sono già in possesso degli allievi di una terza ITIS: intensità
di corrente elettrica, tensione elettrica, energia.
E’ certamente utile
approfondire la conoscenza di strumenti matematici quali la nozione di
campo vettoriale ed il concetto di valore istantaneo di una grandezza
fisica come limite di un valore medio
in un intervallo di tempo i cui estremi si avvicinano fino a confondersi con
l’istante stesso. Si vuole porre tra l'altro in evidenza che la matematica
mette a disposizione del ricercatore strumenti potenti e generali, capaci di
intervenire nell’interpretazione di fenomeni fisici, che inizialmente possono
apparire tra loro diversi ma che dal punto di vista simbolico possono essere
trattati nello stesso modo. Porvi l'accento permette di intravedere un campo
di indagine cui la fisica moderna tende: la teoria dell’unificazione.
Ipotesi di lavoro: come si apprende.
ll
bambino prima costruisce la frase poi arricchisce il suo vocabolario.
All’obiezione
che alcuni concetti possono non essere immediatamente assimilati
dall’allievo, si può contrapporre l'idea che la conoscenza avvenga per
approssimazioni successive. Del resto il fenomeno fisico si presenta a noi
nella sua globalità e non spezzettato in segmenti di difficoltà graduata. Lo
si deve dunque affrontare coscienti che inizialmente se ne avrà una
conoscenza grossolana che sarà però via via affinata mediante il ritorno
ciclico sugli argomenti trattati.
Solo
dopo questo processo si arriverà alla sua completa comprensione e si sarà in
grado di suddividerlo in segmenti,
ognuno in sé semplice, e che, uniti, descriveranno il fenomeno compiutamente
nella sua globalità.
Il problema specifico.
Introdotto il concetto di campo vettoriale con tutte le sue principali
definizioni (linee di forza, flusso, circuitazione ecc,), precisato il
concetto di valore medio di una grandezza variabile ed il modo in cui dal
valore medio si passa al valore istantaneo, si possono richiamare esempi di
campi che già sono stati trattati nelle diverse discipline tecniche: il campo
gravitazionale, il campo elettrostatico, il campo di velocità dei fluidi, il
campo di corrente.
Ci si accorge che in ognuno di questi campi si arriva a definire una
relazione che lega due grandezze utilizzate nella descrizione del campo. Il
legame tra di esse è determinato da un parametro caratteristico del mezzo
fisico che determina lo spazio in cui il campo è presente.
Le
due grandezze possono essere distinte, da un punto di vista pratico,
attribuendo ad una di esse il ruolo di causa all’altra il ruolo di effetto. Si tratta di una distinzione che h, una
funzione essenzialmente pratica, comoda per fini tecnici, ma che la fisica
moderna tende ad eliminare.
Il legame può essere posto nella forma simbolica:
Effetto =
Funzione (Causa)
Matematicamente si può scrivere:
E=F*C
E: effetto;
C:Causa; F: caratteristica del mezzo.
La
causa tecnica fondamentale del campo magnetico è l’intensità di corrente
elettrica. Si deve anche considerare il
numero di rotazioni complete che le cariche elettriche farebbero, nel
caso di corrente continua, per tornare al punto di partenza (spire).
Da
questo punto di vista la corrente elettrica o, meglio, il prodotto
dell’intensità di corrente per il numero delle spire assume il nome di forza
magnetomotrice (f.m.m.).
L’effetto
che consideriamo è l’insorgere di una forza elettromotrice (f.e.m.) in
un circuito che assume una posizione variabile nel tempo rispetto alle linee
di forza magnetiche o rispetto al quale le linee di forza magnetiche cambiano
di orientazione e/o densità.
L’effetto è facile notarlo con semplici esperienze di
laboratorio, ad esempio muovendo un magnete permanente od elettromagnete nei
pressi di una bobina ai cui capi è collegato un voltmetro.
Si può osservare che movimenti opposti generano effetti
(tensioni) di segno opposto e che movimenti identici effettuati a velocità
maggiore determinano effetti più intensi.
Le osservazioni precedenti sono interessanti ma
qualitative: occorre ricercare una legge quantitativa rigorosa se si vuole
ritenere di aver compreso compiutamente il fenomeno.
L’esperienza descritta induce a dire che la forza
elettromotrice che si sviluppa nel circuito è con ogni probabilità
proporzionale alla velocità con cui avviene la variazione della porzione di
campo magnetico abbracciata dal circuito.
In altre parole si può scrivere una legge del tipo:
![]()
Per quel che riguarda l’intervallo di tempo non ci sono
dubbi: è l’intervallo che intercorre dal momento in cui ha inizio la nostra
osservazione fino al momento in cui la stessa si conclude.
Se osserviamo il voltmetro ci accorgiamo che il valore
misurato varia nel tempo: considereremo pertanto un parametro globale che
possa caratterizzare l’insieme dei valori, il valore medio, ad esempio,
matematicamente così definito: suddiviso l’intervallo di tempo in n
parti, se n è abbastanza elevato, si può considerare come valore
caratteristico dell’intervallo i-esimo la media aritmetica dei valori assunti
agli estremi di questo intervallo. La tensione media sarà allora definita
come la somma degli n prodotti intervallo di tempo i-esimo per il valore
caratteristico di tensione di quell’intervallo, diviso l’intero intervallo di
tempo. Brevemente, in forma matematica:
![]()
Risultano così definite anche le dimensioni fisiche
della grandezza che caratterizza la variazione di campo. La tensione si
misura in volt, il tempo in secondi, la “variazione di campo” in volt*secondo
che chiameremo weber. Si può ovviamente definire un simbolo per
rappresentare la grandezza che abbiamo momentaneamente chiamato variazione di
campo. Per meglio identificarla ricorriamo alle nozioni matematiche acquisite
sui campi vettoriali.
Se il campo è rappresentabile con le linee di forza la “variazione di campo” da
considerare non è altro che il variare della densità e dell’inclinazione di
queste linee rispetto alla superficie racchiusa dal circuito elettrico. Ora,
la grandezza che matematicamente descrive quanto detto è il flusso di un
vettore.
Possiamo in definitiva affermare che:
il valore assoluto della forza elettromotrice
media indotta in un circuito è proporzionale alla velocità con cui varia il
flusso magnetico abbracciato dal circuito e la costante di proporzionalità
corrisponde al numero di spire.
![]()
Abbiamo evidentemente fatto, giunti a questo punto, un
bel passo.
E’ però evidente che si tratta di una legge dedotta da
considerazioni teoriche: per poterla accettare occorre verificarla
sperimentalmente.
Ricordiamo cosa si è fatto per riconoscere la legge di
Ohm per i conduttori o come si è verificata la legge sul condensatore.
Nel primo caso misurata con un voltmetro una tensione
variabile ai capi del conduttore e, con un amperometro la corrente che
l’attraversa, riportando in una tabella i valori delle due grandezze si
costruisce un grafico che è una
retta: la legge di Ohm non è altro che l’equazione matematica di questa
retta.
Nel caso del condensatore, costruendo una tabella con i
valori della corrente di carica in istanti successivi dall’inizio del
processo fino al suo pratico completamento, si ottiene un grafico che si
riconosce essere di tipo esponenziale decrescente. Dalle caratteristiche di
questa curva potremo ricavare le proprietà principali del condensatore: in
particolare, misurando l’area sottesa dalla curva della corrente troveremo un
valore proporzionale alla tensione finale esistente sul condensatore.
L’area ha le dimensioni della carica elettrica essendo
il prodotto di intensità di corrente per tempo e la costante di
proporzionalità tra la carica e la tensione definisce la capacità del
condensatore.
Anche nel caso della legge di Faraday possiamo
immaginare di procedere in modo simile.
Organizziamo una esperienza in cui produciamo variazioni
identiche di flusso magnetico in tempi diversi.
Possiamo
ritenere di produrre variazioni identiche del flusso magnetico concatenato
con il circuito se le posizioni relative iniziali e finali del magnete e del
circuito elettrico sono sempre le stesse. Al circuito è collegato un
voltmetro ( o, ancora meglio, l’ingresso analogico della scheda di acquisizione dati di un computer)
Osservando i grafici tensione-tempo che si ottengono
analizzando i dati raccolti, noteremo che l’area sottesa dalla curva di
tensione è una costante. Potremo
allora affermare che l’altezza del rettangolo che ha quell’area è
inversamente proporzionale all’intervallo di tempo corrispondente alla durata
del fenomeno.
L’altezza di quel rettangolo non è altro che il valore
medio della tensione indotta Em, e l’area costante non
potrà altro che dipendere da ciò che nell’esperienza è mantenuto costante, la
posizione finale e posizione iniziale che definiscono la variazione
complessiva del flusso.
Nella posizione iniziale il circuito elettrico sarà
concatenato con un certo flusso magnetico Fi,
in quella finale da un valore Ff
Sintetizzando con la matematica:
![]()
Ripetendo l’esperienza con circuiti aventi un diverso
numero di spire potremo riconoscere che K’ è legato al numero di spire,
oppure potremo introdurre il concetto di flusso concatenato con il circuito
come e scrivere, avendo posto Dt=
tf - ti
![]()
In definitiva, arrivare ad una definizione quantitativa
del fenomeno, quindi verificare la legge.
Nella discussione precedente non si è accennato alla
polarità della tensione. Poiché, come possiamo facilmente verificare essa
cambia ( basta scambiare la posizione finale con quella iniziale) potremo
pensare di legarla al segno del flusso. E’ necessario allora precisare le
convenzioni da adottare per stabilire il segno del flusso e la polarità della
tensione indotta.
Un problema formale simile è stato affrontato con la
legge di Ohm. Indicando come positiva la corrente convenzionale che,
attraverso il conduttore, fluisce dal punto a potenziale più alto Vi verso il
punto a potenziale più basso Vu,
si può scrivere essendo . Indicando come positiva la corrente opposta I’ si deve
scrivere . Si è scelta la prima convezione,
,chiamata convenzione dell’utilizzatore, perché in un utilizzatore la
corrente convenzionale va dal punto a potenziale più elevato verso quello a
potenziale più basso.
Nel caso del fenomeno che
si sta studiando, stabilito il verso positivo del flusso secondo la
definizione matematica di flusso di un vettore attraverso una superficie
chiusa, (vedi fig. a lato: dove a è l’angolo che il verso positivo assegnato alla
perpendicolare alla superficie individuata dal contorno della superficie di
area S, forma con la direzione positiva del vettore caratteristico del campo,
B) si deve stabilire il verso positivo o, ciò che è lo stesso, la polarità
della f.e.m. indotta.
La scelta è arbitraria, com’era arbitrario stabilire
quale verso di corrente considerare positivo nella legge di Ohm, ma una volta
fatta, l’esperienza che ha portato ad enunciare la legge di Faraday fornisce
tutti gli elementi per stabilire il segno nella legge. Se ad esempio conveniamo
di assumere come polarità positiva della tensione indotta quella che
determina nel circuito una corrente il cui verso convenzionale, considerato
unitamente al verso positivo assunto per la normale alla superficie
delimitata dal circuito, rispetto al quale si è stabilito il segno del
flusso, corrisponde a rotazione ed
avanzamento di una vite destrogira, nella formula va introdotto il segno
meno. Va ricordato a questo punto che una corrente in un circuito produce un campo
magnetico che ha un verso tale che insieme alla corrente convenzionale che lo
produce corrisponde a rotazione e senso di avanzamento di una vite
destrogira. Il segno meno nella formula evidenzia bene che l’eventuale
corrente indotta dà origine ad un campo magnetico opposto alla variazione che
lo ha prodotto. Quest’ultima osservazione è nota come legge di Lenz
ed era prevedibile per il fatto che la tensione indotta assume un valore
finito. Se così non fosse, se cioè la corrente indotta producesse un campo
magnetico concorde con la variazione che ne è la causa, il fenomeno si
autoesalterebbe determinando impossibili tensioni infinite. Potremo
denominare questa legge come il principio di azione e reazione
elettromagnetico.
Avremo pertanto
![]()
Il vettore caratteristico del campo che dà luogo al flusso,
indicato con la lettera B, si chiama induzione
magnetica. La sua dimensione fisica corrisponde al flusso per unità di
superficie, quindi [V][s][M]-2 e si chiama tesla. [T]. L’unità di misura del flusso [V][s] si
chiama weber [Wb].
Il campo magnetico potrebbe esistere senza che noi
sapessimo come produrlo e fosse solo una proprietà dei magneti permanenti che
si trovano in natura. Il vettore B definito dalla legge di Faraday è la
grandezza vettoriale che lo caratterizza.
Però sappiamo che sono le correnti elettriche a produrre
i campi magnetici e, tecnicamente, è questo il metodo usato per produrre i
campi magnetici desiderati.
Il campo magnetico prodotto da una corrente elettrica è
tanto più intenso quanto più elevata è l’intensità di corrente, tanto
più elevato quanto maggiore è il
numero delle spire, tanto meno intenso quanto maggiore è la lunghezza su cui
sono distribuite le spire o quanto maggiore è la distanza dal circuito
elettrico o quanto più lunga è la linea di forza cui il punto considerato
appartiene.
Questo insieme di osservazioni porta a definire una
grandezza proporzionale all'intensità di corrente ed inversamente
proporzionale ad una lunghezza, cui si attribuisce il nome di campo magnetico
ed è usualmente indicata con il simbolo H. La sua dimensione fisica è
l’ [A][M]-1, ed è un vettore che ha la stessa direzione e lo
stesso verso di B.
Si trova che a parità H, B dipende dal mezzo in
cui il campo magnetico si sviluppa.
Si può allora stabilire una relazione tra B ed H
del tipo
![]()
dove si è introdotta una grandezza che è caratteristica
del mezzo ed a cui si dà il nome di permeabilità magnetica assoluta. La sua
unità di misura si deduce dalla relazione scritta, corrisponde all’[W][s][M]-1. L’impulso di
resistenza [W][s] è denominato henry
il cui simbolo è [H]: esso è l’unità di misura del parametro che lega la
corrente al flusso magnetico da essa prodotto e che si concatena con il
circuito stesso: il coefficiente di autoinduzione indicato generalmente con L.
Nella figura che
segue sono riportate i grafici e le misure di tensione di una possibile
esperienza in cui sono state fatte due serie di misure secondo le modalità in
precedenza descritte.
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