Ecchediamine! L’importante è che sappiano fare bene il loro lavoro, o no?
Dopotutto il corso di studi è quasi lo stesso (come per ingegneri e architetti) e, allo stesso modo in cui l’installatore e/o il committente dovrebbero accorgersi se un progetto non è fatto bene, il paziente o l’imputato dovrebbero ugualmente rendersene conto (il primo dopo essere stato curato e il secondo dopo essere stato giudicato), o no?.
E pensandoci bene: perché escludere i cartomanti e i medium?
Ah, quasi dimenticavo:
Gli articoli 51 e 52 del Regio Decreto n. 2537/1925, confermato nella sua piena vigenza e nel suo contenuto dall'art. 1 comma 2 del D.Lgs. 129/1992(di attuazione, tra l’altro, della direttiva CEE n. 384/85), riservano alla comune competenza di architetti e ingegneri le sole opere di edilizia civile, mentre rimane riservata alla competenza generale degli ingegneri la progettazione di costruzioni stradali, opere igienico-sanitarie, impianti elettrici, opere idrauliche, operazioni di estimo, estrazione di materiali, opere industriali
(dalla sentenza n. 389 del 09 novembre 2011 del TAR Emilia Romagna)
Non cito tutte le altre sentenze per non intasare il thread. Se qualcuno le volesse leggere me lo dica e le cito (non tutte perché non c’è spazio…)
Mi limito solo a puntualizzare alcuni aspetti:
1) “SA FARE IL SUO LAVORO”
Il "sa fare il suo lavoro" non significa nulla se non c'é un serio sistema di controllo. Io credo che il primo momento di controllo sia proprio il titolo di studio, in secondo luogo l'iscrizione ad un albo professionale, in terzo luogo l'aggiornamento obbligatorio, in quarto luogo una verifica periodica delle capacità, anche mediante l'analisi dell'operato da parte di terzi.
I medici in parte già lo fanno, i P.I. pure, anche se marginalmente, con il sistema dei crediti formativi; non mi sembra una cosa impossibile.
2) “A COSA SERVE LO STUDIO”
Classica obiezione: “dimmi quante volte nell'esercizio della professione hai utilizzato quanto appreso negli esami di analisi matematica e fisica? Calcoli d'integrali, derivate, vettoriali ecc.”
Ovvia risposta: a parte che durante il corso specifico di studi (che sia quello di perito o di ingegnere elettrotecnico ho studiato - e parecchio – l’elettrotecnica e gli impianti elettrici (e non sto parlando di un esamino dato in comunella), nella professione anche se non ho dovuto fare calcoli di derivate e/o di integrali ti assicuro che aver appreso bene che cosa sono mi ha semplificato parecchio la comprensione di molti fenomeni e l'uso corretto di molti software, a dispetto dell'idea che molti cattivi progettisti hanno, che "il software fa tutto lui".
3) “GLI ORDINI PROFESSIONALI”
Gli ordini hanno la grave responsabilità che in questi anni hanno pensato solo a difendere il proprio orticello (e per questo sono visti come lobbies) anziché curare meglio il profilo e la qualità della professione dei propri iscritti.
In questo la politica, che parla (e basta) da decenni di una riforma delle professioni, ha le sue colpe. Un serio controllo da parte di chi e' deputato a condurlo e soprattutto da parte dei rispettivi ordini sulla qualità del progetto risolverebbe la questione. Del tipo: “Questo progetto fa acqua da tutte le parti. Bocciato."
Io la intendo: "bocciato, non solo il progetto, ma anche il tecnico". Bocciato: mandato via dall’albo, mandato a fare altro, messo in condizioni di non nuocere, ecc.
4) “LA LIBERALIZZAZIONE DEL MERCATO”
Liberalizzazione: mai parola fu tanto di moda e tanto usata a sproposito. Nell’immaginario collettivo ha il significato che “tutti possono far tutto, tanto è il mercato che decide”, sostituendo così al posto degli uomini e delle loro regole il famigerato dio-mostro/mercato che, nell’ovvia assenza di controllo, ha prodotto i guasti che oggi tutti subiamo (a partire dai mutui sub-prime per finire ai rating di agenzie dall’imparzialità e dalla serietà quantomeno dubbie).
A chi dice che l'apertura del mercato è a servizio del cliente e a suo vantaggio chiedo: che vantaggio ha il cliente a potersi servire di persone che potrebbero non avere neppure la più vaga idea di quello che stanno progettando?
Il titolo di studio non ti fornisce ovviamente la competenza perfetta ma è almeno una base per ammettere all'esercizio della professione chi ha fatto un certo percorso di studi. Chi ne ha fatto un altro, faccia altro. Non può però pretendere di fare quello che vuole solo perché (esclusivamente suo dicere) è bravo lo stesso.
5) “LA LAUREA BREVE”
Infine, già che ci siamo, due paroline sulla laurea breve.
E’ opinione comune che siano ultranecessarie le lauree brevi perché “il mercato richiede tecnici e non ricercatori universitari”.
Non è proprio così: la laurea breve fu introdotta sotto la spinta, per un verso, degli industriali (che volevano tecnici possibilmente preparatissimi per la propria industria a costo zero, cioè senza spendere il becco di un quattrino per la formazione specifica - e ti pareva - e inoltre volevano un ing. o un arch. ma pagandolo come un diplomato) e, per l'altro verso dai baronati universitari che in questo vedevano il moltiplicarsi delle cattedre e dei relativi finanziamenti (tanti alunni in più, che non si sarebbero iscritti all'università ma che lo hanno fatto ammaliati dal miraggio del pezzo di carta-laurea e dalle illusioni messe in giro ad arte dai vari giornali; allo stato di fatto i laureati "brevi" sono quelli che hanno più difficoltà a trovare lavoro, e non per colpa degli ordini). Inoltre l'Italia è il paese in cui la ricerca è più bistrattata (lo stato è ben noto a tutti e campeggia ogni giorno sui giornali); i pochi bravi che ci sono se la svignano all'estero, perché sono pagati meglio e hanno a disposizione maggiori opportunità. Siamo il fanalino di coda in quanto a ricerca ad alto livello e questo lo paghiamo carissimo tutti quanti.
A chi eventualmente si risentisse di questo messaggio, chiedo anticipatamente scusa per lo sfogo, la lunghezza del messaggio, il tono (non volutamente) polemico.
Saluti

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