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c.a. e c.c. Ma fino a che punto?

Circuiti, campi elettromagnetici e teoria delle linee di trasmissione e distribuzione dell’energia elettrica

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[21] Re: c.a. e c.c. Ma fino a che punto?

Messaggioda Foto UtenteIsidoroKZ » 24 gen 2015, 0:42

Una cc vera ha solo la frequenza zero. Un impulso o un gradino invece hanno spettro continuo (non sono armoniche discrete) e illimitato, e ogni fettina di frequenza porta un po' di energia. Ma sono seghe mentali, non conviene passare da li` per fare i conti di energia e potenza.
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[22] Re: c.a. e c.c. Ma fino a che punto?

Messaggioda Foto UtenteCandy » 24 gen 2015, 0:44

Ma sono seghe mentali


Grazie.
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[23] Re: c.a. e c.c. Ma fino a che punto?

Messaggioda Foto UtenteIsidoroKZ » 24 gen 2015, 0:52

Stavo pensando se ci sono casi in cui si tratta il gradino o l'impulso nel dominio della frequenza per calcolarne la potenza o l'energia, ma non mi vengono in mente casi pratici. Mi sembrano i tipici problemi da teoria dei segnali che praticamente sempre non servono a molto in pratica. Chissa` se Foto UtentePietroBaima Foto UtenteDirtyDeeds o Foto UtenteDarwinNE o altri hanno in mente dei casi del genere? Non invoco carloc perche' e` in partenza per il regno di mezzo, e ce lo siamo giocati per un altro mese :(
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[24] Re: c.a. e c.c. Ma fino a che punto?

Messaggioda Foto UtenteArrow » 24 gen 2015, 0:54

Queste discussioni sono le più gustose da leggere!
Premetto che faccio un itis e quindi di filosofia non ne so proprio nulla, ma leggere questi tread dove si va sull'astratto risveglia l'assetato di conoscenza che è in me...
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[25] Re: c.a. e c.c. Ma fino a che punto?

Messaggioda Foto UtenteCandy » 24 gen 2015, 0:59

Io non sono competente. Ho avviato questo thread leggendone uno precedente e domandandomi se la c.c. non sia in fondo una c.a. con tutte le frequenze disapri, ragionando che di fatto in pratica un segnale in c.c. a tensione e corrente costanti, è un segnale con periodo "indefinito". Tutto il resto: valore medio nullo, ecc, sono fesserie: questioni di offset, o punti di osservazione.
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[26] Re: c.a. e c.c. Ma fino a che punto?

Messaggioda Foto UtenteArrow » 24 gen 2015, 1:03

Mi viene da pensare ad un banalissimo circuito RC con condizione iniziale alimentato nella fittizzia c.c. che per ora consideriamo vera(che giro di parole!): trasformando con laplace l'ipotetico generatore costante diventa Vi/s mentre se trasformiamo il generatore di condizione iniziale viene Vc(0)/s. Detto questo dovremmo presupporre che c'è stato un gradino per caricare preventivamente il condensatore e quindi potrebbe essere Vc(0)/s^2 però se così fosse in un induttore carico la variabile s andrebbe via....
Boh non so cosa dire :mrgreen:


p.s. perdonate il mancato uso di latex, lo imparerò appena posso
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[27] Re: c.a. e c.c. Ma fino a che punto?

Messaggioda Foto Utentethexeno » 24 gen 2015, 13:31

Candy ha scritto: la c.c. non sia in fondo una c.a. con tutte le frequenze disapri

E ovviamente no, come accennato a livello filosofico, idealmente ne ha una, e pari. Cioè 0. Ma il mondo non è ideale ed ha altre componenti in altRe frequenze. Ma si approssima. Il pari o dispari c'entra solo per la loro capacità di diffondersi di più o meno, a causa di un fattore 0.5 da qualche parte, se ricordo bene.


Candy ha scritto: ragionando che di fatto in pratica un segnale in c.c. a tensione e corrente costanti, è un segnale con periodo "indefinito". Tutto il resto: valore medio nullo, ecc, sono fesserie: questioni di offset, o punti di osservazione.


Non sono fesserie: dipende dalle costanti di tempo del circuito. Non in senso strettamente matematico tipo RC (ma di solito sì). Esempio: l'uscita della tensione di un'alimentatore (anche switching), non filtrata, ha un ripple. Se guardo questo ripple per un periodo paragonabile al suo periodo, non vedo una continua e concettualmente non posso filtrarla via. Se invece il periodo di osservazione è notevolmente più grande come di solito è, allora la filtro perché sono in grado di trovarci il valore medio. Parte dalla filosofia, che si trasforma in matematica, che si applica alla scienza (o whatever).

Però invece a livello filosofico, come dice il filosofo e matematico Fourier, è tutto alternato. Se ti riferisci a questo concetto, allora ti ho ragione anche io.
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[28] Re: c.a. e c.c. Ma fino a che punto?

Messaggioda Foto Utenteangel99 » 24 gen 2015, 18:09

Mi pare sia più corretto cambiare i due aggettivi in costante e variabile. Chiedersi se un segnale di per se è costante o variabile nel tempo ha senso solo da un punto di vista teorico. Se disegno un generatore di tensione posso dire che la tensione in uscita è certamente costante.

Se mi riferisco ad una grandezza fisica, tensione o corrente, la cosa perde di significato dato che tutti i segnali sono variabili nel tempo, se non altro, per il rumore sovraimpresso.

Un vaglio però lo si può trovare e viene dalla rete alla quale queste grandezze sono riferite. Se il segnale varia con un una velocità comparabile con la costante di tempo più grande del circuito, sono in condizioni di segnali variabili. Se il segnale varia con una velocità molto più bassa, allora posso considerare la rete in tempi diversi come sottoposta a segnali costanti nel tempo.

Se prendo ad esempio un filtro passa-basso con frequenza di taglio di 1 MHz e invio all'ingresso un segnale sinusoidale a 1 Hz, posso prendere intervalli da 1 ms e considerare la rete come associata ad un generatore di tensione costante, con ingresso e uscita costanti e praticamente sovrapponibili.

Se però sostituisco il filtro con uno che abbia una frequenza di taglio di 2 Hz, mantenendo lo stesso ingresso e la stessa finestra di osservazione, osservo ancora segnali che appaiono costanti, ma ho anche ingresso e uscita del filtro con livelli di tensione diversi, cosa incompatibile con l'ipotesi di un ingresso a tensione costante.

Forse è un punto di vista troppo pratico e poco filosofico, ma mi pare possa essere utile per discriminare le due condizioni.
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