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Infinito

Sull'Infinito
ossia sull'umano annegar nell'infinito mar dell'Essere 

"C'è un concetto che corrompe e altera tutti gli altri.
Non parlo del Male, il cui limitato impero è l'Etica, parlo dell'Infinito."

J. L. Borges, Otras Inquisiciones 

La storia dell'Infinito, come nota brillantemente in un suo libro il matematico Paolo Zellini, è stata in gran parte la storia della complementarietà e della lotta di due concezioni di esso: l'infinito potenziale, "negativo", che non finisce mai, e l'infinito attuale, perfetto e chiuso.

Il primo, detto anche falso infinito o, come direbbe Hegel (sebbene in differente contesto), cattivo infinito, è caratterizzato dalla ripetizione "all'infinito" di una medesima operazione di divisione. Tale concezione può essere efficacemente  rappresentata dal mito di Sisifo[1], condannato a trasportare eternamente sulla sommità di un monte (identificato con l'Acrocorinto) un masso che, appena giunto in cima, rotolava a valle.

Il secondo, l'infinito attuale, è un infinito "chiuso" e, per così dire, compiuto, identificabile "religiosamente" con la divinità o "cosmologicamente" con l'universo.

Se spesso l'infinito è considerato come qualcosa di desiderabile, sinonimo di perfezione, Borges ci mette in guardia: esso confonde i nostri sensi e la nostra razionalità, ci disorienta, ci introduce in un labirinto da cui non si può uscire.

La concezione di Borges è, in tal senso, analoga a quella dei Greci: essi non lo nominavano mai in matematica e cercavano il più possibile di evitarlo, in quanto creava problemi difficilmente risolvibili (si vedano a tal proposito da un lato i paradossi di Zenone sull'impossibilità del moto, per esempio, e dall'altro la raffinatissima tecnica di misurazione greca che si opponeva di fatto all'infinito). Esemplare è come il concetto di apeiron (illimitato)avesse il carattere implicito di non esistenza, di mancanza, rappresentato da quell' a privativo, caratteristico anche dei suoi attributi.

Se durante tutta l'antichità l'infinito era guardato con sospetto (si pensi alla definizione che ne dà Boezio, ovverro "dedecus malitiae"), col passare degli anni, o meglio dei secoli, esso comincia a ricevere migliore "accoglienza" da parte almeno dei filosofi, che lo "trattano con minor diffidenza e maggior familiarità".

Se, infatti, Galilei "matematico" agli interrogativi di Bonaventura Cavalieri si limita quasi a rispondere con un  "anti-hilbertiano" "ignorabimus[2]" (perché nell'affrontare tali questioni ci si imbatte in "difficoltà che derivano nel discorrer che noi facciamo col nostro intelletto finito intorno a gl'infiniti, dandogli quegli attributi che noi diamo alle cose finite e terminate"), Galilei "filosofo" afferma la "non non-pensabilità" dell'infinito in atto:

"Concedo dunque a' signori filosofi che il continuo contiene quante parti quante  [cioè, parti dotate di misura] piace a loro, e gli ammetto che le contenga in atto o in potenza, a loro gusto e beneplacito; ma gli soggiungo poi, che nel modo che una linea di dieci canne si contengono dieci linee di una canna l'una, e quaranta d'un braccio l'una, e ottanta di mezzo braccio, ecc., così contiene ella punti infiniti: chiamateli poi in atto o in potenza, come più vi piace, ché io, Sig. Simplicio, in questo particolare mi rimetto al vostro arbitrio e giudizio[…]. Stante che la linea e ogni continuo siano divisibili in sempre divisibili, non veggo come si possa sfuggire, la composizione essere di infiniti indivisibili, perché una divisione e subdivisione che si possa proseguir perpetuamente, suppone che le parti siano infinite, perché altramente la subdivisione sarebbe terminabile; e l'essere le parti infinite si tira in conseguenza l'essere non quante, perché quanti[parti estese] infiniti fanno un'estensione infinita: e così abbiamo il continuo composto d'infiniti indivisibili"

Gli anni scorrono e,  dopo essere passati "attraverso" Galilei, Cavalieri, Torricelli e Leibniz, si arriva al diciannovesimo secolo, quello che, tanto in matematica (assieme al precedente e al successivo) quanto (e soprattutto) in filosofia, può essere a ragione definito come "l'età dell'infinito". Ma se innumerevoli meriti si devono riconoscere agli idealisti (Fichte, Schelling ed Hegel), altrettanti riconoscimenti spettano a quel "trampolino[3]" che è Kant. Stimolato dal concorso indetto da Lagrange per l'esposizione di "une théorie claire et précise de ce qu'on appelle Infini en Mathematique", Kant si impegna a dare una definizione non contraddittoria di ciò che egli chiama Unendliche. La posizione di Kant a proposito della grandezza infinita è alquanto articolata. Come nota giustamente Antonio Moretto nel saggio "Infinità e filosofia trascendentale. La riflessione in Kant", il filosofo tedesco ammette uno spazio ed un tempo metafisici, che vanno intesi come infiniti in senso attuale e rappresentano la condizione perché in essi siano dati mediante limitazioni gli spazi ed i tempi finiti della matematica e della meccanica. Pertanto l'infinità attuale è compatibile con le forme pure dell'intuizione sensibile. Tuttavia non c'è posto per la grandezza infinitamente grande in atto nella conoscenza (Erkenntnis) adeguata ad una possibile esperienza, ossia quella che rientra nell'ambito di applicazione dei principi dell'intelletto puro. La grandezza infinitamente grande in atto è un concetto irrappresentabile per l'intelletto, sicché "il vero (trascendentale) concetto dell'infinità è che la sintesi successiva dell'unità nella misurazione d'un quantum non può mai essere compiuta". D'altra parte, anche se è un concetto irrappresentabile, ciò non vuol dire tuttavia che sia impossibile. In questo senso, la Kritik der reinen Vernunft precisa che un quantum infinito "contiene un numero [Menge] (di unità data), che è maggiore di ogni numero; che è il concetto matematico dell'infinito". Da un lato, poiché ogni valutazione numerica (finita) è inadeguata, si deve ricorrere ad una rappresentazione potenziale dell'infinito, ad esempio con una successione crescente e illimitata di numeri. Dall'altro, se è pur vero che ogni valutazione numerica e inadeguata, proprio questo fatto attesta che il quantum in questione contiene una moltitudine attualmente infinita di unità. Avremmo così, accanto a una matematica "fenomenica", la possibilità di una "matematica noumenica", legittima sotto il profilo logico dal momento che non è contraddittoria sotto il profilo logico, che non può venire applicata al mondo dell'esperienza, poiché lo trascende, ma che può essere riservata alla realtà noumenica.

Quando parla di Infinito (o della Totalità), Kant viene a cozzare con l'idea di Dio: nella Dialettica trascendentale della KRV, egli dichiara l'impossibilità di una Teologia razionale (in quanto, non essendo Dio "sperimentabile", non gli si può attribuire la categoria dell'esistenza), nella KPV Kant assume "la totalità delle perfezioni, la più grande delle tentazioni umane"  come postulato.

Il binomio "Dio-infinito" (a cui Kant si rifà, o per confutarlo o per assumerlo come condizione necessaria dell'agire morale), ha, almeno per quanto riguarda il cristianesimo, radici antiche (si pensi alla posizione di Tertulliano). Tale binomio, grazie soprattutto alla "mediazione" di Sant'Anselmo (Nos credimus Te -Deum- esse id quo nihil maius cogitari possit), giunge pressoché intatto fino a Dante. Nel Paradiso Dante fa esperienza dell'Infinito (ovvero di Dio), ma Esso rimane incomprensibile per la finita mente umana. L'impossibilita di dire l'Infinito, l'ineffabilità di tale concetto ("Trasumanar significar per verba / non si poria") è ciò che unisce il sommo poeta ad un'altra delle figure di spicco della letteratura italiana, agli "antipodi" dell'Alighieri: Leopardi. Il naufragio del poeta ("…e il naufragar m'è dolce in questo mare[4]"), infatti, non è semplicemente del pensiero ("Così tra questa/immensità s'annega il pensier mio"), che non può figurarsi l'infinito ed è costretto ad accontentarsi di "parvenze" -ovvero delll'indefinito- , ma è al contempo della parola, incapace di dire l'infinito o, per dirla dantescamente, di "significar la trasumanazione".

Per "rappresentare" l'infinito di Leopardi, le sensazioni che esso suscita nel poeta e nel lettore, socius naufragii, si è spesso fatto ricorso a quadri del pittore tedesco Friedrich. Se tale operazione può essere legittima dal punto di vista strettamente estetico, qualora si voglia andare a fondo del pensiero dei due artisti vediamo quanto grande sia la distanza che li separa e comprendiamo quanto possa risultare frettoloso tal paragone. E' vero, entrambi gli artisti rappresentano l'infinito (anche se, per quanto riguarda Leopardi, sarebbe più corretto parlare di indefinito) attraverso la negazione di una "finitezza" (possa essere essa un colle, una siepe, una croce, un monte od un uomo…), ma un "mare" separa le loro "filosofie dell'infinito": quello del poeta recanatese è strettamente materiale e, per così dire, sensista, quello dell'artista tedesco è fortemente intriso di una profonda spiritualità, di una "ferma fede". L'infinito del poeta è teso verso un piacere ed una felicità irraggiungibili, quello del pittore verso Dio. Se dunque Leopardi si lascia trasportare da dolci flutti, Friedrich trova nella fede un'ancora, un soccorso.

Non naufrago, ma "suavis spectator[5]" dall'alto dei suoi "templa serena[6]", è Lucrezio: per lui rivelare il "vero infinito" significa liberare l'uomo dai suoi timori infondati, dal pesante giogo della religio. Gli dei vivono in un'altra dimensione negli "intermundia", nella nostra realtà infiniti sono gli atomi ed infinito è l'universo (summa):

"Omne quod est igitur nulla regione viarum

Finitumst; namqu(e) extremum debebat habere

extremum porro nullius posse videtur

esse, nisi ultra sit quod finiat; ut videatur

quo non longius haec sensus natura sequatur.

Nunc extra summam quoniam nihil esse fatendum,                                            

 non habet extremum, caret ergo fine modoque.[7]"

Che il "cielo stellato sopra di noi", per dirla kantianamente, fosse infinito non pare una  grossa novità (anche se per le cosmogonie e le cosmologie dell'epoca quella di Lucrezio-Epicuro era una concezione tutt'altro che usuale); ciò che stupisce è l'estrema attualità di certi aspetti del pensiero cosmologico lucreziano.

Il buon senso, un attento e laborioso ragionamento, un'immediata intuizione: in qualunque maniera si affronti il problema della grandezza dell'universo, il risultato è, quasi sempre, lo stesso: un cosmo immenso, tanto più se rapportato a noi "homunculi". Il paradosso di Olbers[8] faceva vacillare la visione "statica", che teneva banco sin dall'antichità. Il colpo definitivo alla concezione anti-evolutiva (e per alcuni anche "finitista") del cosmo fu sferrato da Friedman (1922), Lemaitre (1927) e Hubble (1928, "confortato" anche dalla sua legge v = H x d). Gli anti-evoluzionisti tentarono di rialzarsi nel 1948 con Bondi, Gold e Hoyle, ma il colpo di grazia giunse con la scoperta della radiazione cosmica di fondo, che spianò la strada alla teoria dell'inflazione (formulata da Starobinskij nel 1979 e perfezionata da Guth nel 1981). Subito dopo il big bang (un centimilionesimo di miliardesimo di miliardesimo di miliardesimo di secondo) l'universo si sarebbe trovato in una condizione di falso vuoto che avrebbe indotto una violenta repulsione gravitazionale. In 10-32  secondi la repulsione avrebbe fatto crescere l'universo di 1050 volte. Una tale iper-espansione comporta l'esistenza di numerosi altri universi non richiesti e a noi inaccessibili, ma liquida i monopoli e  spiega perché l'universo oggi sia così uniforme. Per di più risolve il problema filosofico della "causa prima": l'universo sarebbe nato per effetto tunnel dal vuoto quantistico. La teoria è stata madre di numerose altre teorie elaborate, tra gli altri, da Linde e Albrecht. Tutte queste teorie hanno però un nodo epistemologico irrisolto: sono costruite in modo da non poter essere confutate, e quindi, vengono meno al principio di falsificabilità. Inoltre la comparsa dell'universo dal nulla presuppone comunque la preesistenza delle leggi della meccanica quantistica. Per quanto riguarda la fine dell'universo, alcuni scienziati ipotizzano un "universo oscillante" tra un big bang ed un big crunch. La posizione di Lucrezio, inoltre, può apparire sorprendentemente analoga a quella, per esempio, di Stephen Hawking, che prevede la "morte" e la "nascita" di infiniti universi, che si susseguirebbero l'uno dopo l'altro ininterrottamente (non avrebbe dunque senso parlare di un "istante assoluto iniziale" e, tanto meno, di un "Creatore"). 

Con l'infinito hanno lottato (come rivali o alleati) matematici, filosofi, astronomi, teologi, poeti, pittori… In questo "campo di battaglia di contrasti senza fine" più e più volte le domande hanno soverchiato le risposte, ma dai dubbi, non dalle certezze, il progresso, "ad augusta per angustia".
In quesiti senza soluzione si è annegato il pensier umano…

              …ma il naufragar c'è dolce in questo mare.

1Nella mitologia greca, fondatore e re di Corinto, figlio di Eolo, re di Tessaglia. Sisifo vide il dio Zeus rapire la bellissima Egina e rivelò l'accaduto al padre della fanciulla. Infuriato con Sisifo, Zeus lo condannò mandandogli la Morte, che egli però riuscì ripetutamente a ingannare. Quando infine morì, finì nel Tartaro, dove fu costretto per l'eternità a far rotolare fino alla cima di una ripida collina un masso che ogni volta ricadeva giù. Si ritiene che questo supplizio infero, come quello di Tantalo e delle Danaidi, sia stato inserito nei poemi epici e  in particolare nell'Odissea per influenza orfico-pitagorica.

[2]  Forte del Paradiso in cui si trovava, e dal quale nessuno poteva cacciarlo ("Nobody will ever drive us out of Cantor's paradise"), Hilbert, al Congresso di Parigi del 1900 affermava: "The conviction of the solvability of every mathematical problem is a powerful incentive to the worker. We hear within us the perpetual call: There is the problem. Seek its solution. You can find it by pure reason, for in mathematics there is no ignorabimus.". A scacciarlo da tale Paradiso ci pensò Kurt Gödel con i suoi teoremi "negativi" (risposta appunto "negativa" a più d'uno dei suoi 23 problemi): "per un sistema nel quale siano formalizzate tutte le forme dimostrative finitiste (ossi quelle intuizionisticamente inattaccabili) sarebbe assolutamente impossibile una dimostrazione finitista di non contraddittorietà come quella ricercata dai formalisti"(dagli Atti del secondo convegno di epistemologia delle scienze esatte tenutosi nel 1930 a Könisberg).

[3] "Si prende come trampolino Kant, riconoscendo il potere attivo esercitato dall'intelligenza nella costruzione della realtà, e si ingrandisce questo potere facendo sparire quel caput mortuum che era la "cosa in sé". Di conseguenza la realtà tutta diviene opera ed espressione dello spirito, la cui progressiva incarnazione costituisce la storia del mondo"  (F. Enriques, Signification de l'histoire de la pensée scientifique, 1934)

[4] "L'ultimo verso è invisibile, silenzioso, illeggibile. E forse qui, in questo silenzio che non può neppure dirsi "sovrumano", in questa fine del linguaggio, nel vuoto di senso e di suono che in essa si spalanca, si può ritrovare ancora l'ombra dei versi, e nel fluttuare dell'ombra, l'invito a ritornare a quel movimento dell'inizio, a quel sempre che sale da lontananze perdute. L'ultimo verso, il silenzio che succede come sua "verità", invitano a quella dolce ripetizione, a quel ritmo, che è l'essenza stessa della poesia, il legame della poesia con il respiro, con la vita: Sempre caro mi fu quest'ermo colle". ( Antonio Prete, Finitudine e Infinito, 1998)

[5] "Suave, mari magno turbantibus aequora ventis, / e terra magnum alterius spectare laborem"

[6] "Sed nil dulcius est, bene quam munita tenere / edita doctrina sapientum templa serena"

[7] Trad: Tutto ciò che esiste, dunque, non è limitato in alcuna direzione; poiché avrebbe dovuto avere un limite estremo e certamente appare non poter esserci un limite estremo di nessuna cosa, se non ci sia oltre (di essa) qualche cosa che (la) limiti; dimodoché si veda (il punto) al di là del quale la nostra capacità del senso non  la segua. Ora poiché è da ammettere che niente ci sia oltre l'universo, esso non ha un termine, dunque è senza fine e misura.

[8] Formulato dal tedesco Heinrich Wilhelm Olbers (1758-1840), tale paradosso afferma che "se l'universo fosse uniformemente popolato di galassie fino a distanza infinita - o di stelle, nella prospettiva newtoniana  - il cielo dovrebbe infatti apparire uniformemente luminoso anche di notte".

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Commenti e note

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di Gauss, Cantor e Gödel,

Documento senza titolo

Ho notato con dispiacere che la cavalcata storica intorno al concetto d'infinito è dedicata in modo quasi esclusivo ai filosofi.

E' noto da tempo che Gauss disse dell'infinito indicandolo come un modo di discorrere di Limiti.
Lo cita malamente Odifreddi nel suo Il Diavolo in Cattedra omettendo la parte finale della dichiarazione di Gauss, esattamente quella che ho riportato.
Ora, sempre che la cosa possa dar giovamento a qualcuno dei frequentatori e chissà mai all'infinito anche al zelante Zeno, l'infinito scaturisce non da un numero finito, il + grande di tutti, ma propriamente da un limite dato da qualcosa di non finito in senso assoluto.
Cosa ci serve per avere qualcosa di infinito in senso assoluto?
Qualcosa di non finito in senso assoluto necessita di 2 componenti della logica e di qualsiasi codice (oggi sono definiti così i linguaggi d'ogni tipo) che raggiunga verità superiori a quelle della semplice geometria piana.
Serve l'autoreferenza con ricorsività.
Cantor di suo ci mise proprio questo ingrediente, ma ne usò uno solo consapevole di farlo, usò la ricorsività con la sua Diagonale.
E aprì un pandemonio nella matematica.
Dai suoi transifiniti uscì qualcosa di buono, l'inizio della fine del positivismo.
Gödel finì l'ottimo inizio della fine di Cantor, lo fece con il suo Teorema di Incompletezza dei Sistemi Formali.
Usava consapevolmente in modo esatto sia l'autoreferenza, che la ricorsivitïà da essa permessa.
INCOMPLETEZZA, ecco cosa generano autorefenza con ricorsività.
Il teorema di Gödel dice molte cose su Logica, Matematica, Linguaggi, o meglio i codici, di cui la più semplice è che esistono verità che non potranno mai essere dimostrate perfino nella semplice aritmetica.
Ciò accade per effetto della curvatura di linguaggio, logica, matematica: quando sono autoreferenziali finiscono per ripiegare su loro stessi anche perché si può analizzarli sempre e solo dall'interno d'essi e sempre e solo dall'interno dell'autoreferenza come noi possiamo analizzare sempre e solo l'universo dall'interno dell'universo (Wittgenstein).
Noi, di tali Limiti, possiamo vedere e capire sempre e solo il lato interno e non altro.
Ciò comporta che stiamo discorrendo di nuovo, come disse Gauss, di Limiti.
Limiti Ultimi Invalicabili.
Ovviamente della conoscenza.
Di tutta la conoscenza.
Non solo di quella matematica.
Kant, di cui qui si cita, anticipa questo problema che verrà poi ben focalizzato ed assiomatizzato da Gödel.
Così cosa ci resta di non autoreferente ricorsivo?
I teoremi che non fanno autoriferimento a loro stessi, cioè la Geometria piana citata in apertura di post.
Essi dal canto loro sono sistemi assiomatici molto deboli e limitati di loro, incapaci di trovare risposte vere facilmente alla portata di un Teorema autoreferenziale ricorsivo.
E' noto che dalla breve e finita catena assiomatica della Geometria Piana discendono infiniti Teoremi Veri e Infiniti Teoremi Falsi.
Come accade?
Ma è la ricorsività !
Ma, allora, l'assunto che per avere l'infinito ci servono autoreferenza con ricorsività è falso?
Beh, a prima vista è un paradosso, o meglio un paradigma, questo può apparire ad uno sguardo superficiale.
La Geometria piana si fonda sui 5 postulati d'Euclide, di cui uno, il quinto, è incompleto, non dimostrabile.
Perché è incompleto?
Ma perché è possibile eliminarlo e facendo questo trovare la Geometria Analitica.
Quindi, anche un sistema assiomatico debole rimane ricorsivo anche se non autoreferenziale, con al suo
interno un postulato che permette di essere escluso, oltre che essere indimostrabile, per aprirsi nuovamente all'infinito autoreferenziale ricrosivo.
Tra l'altro le geometrie non euclidee sono molto + reali in uno spazio tempo curvo, di quello piano euclideo.
Non ci si è fermati alla Geometria Analitica ... .
E così si scopre capendo che non c'è codice che tenga all'autoreferenza ricorsiva.
Finalmente siamo giunti alla maturità, sono sorti i Teoremi e Teorie AUTO-Limitativi.
Con la consapevolezza che non avremo mai e poi mai alcuna verità assoluta perché questo è il dominio in ogni dove dell'incompletezza, dai linguaggi alla fisica stessa.
La Verità (assoluta), benché esista, non è accessibile dal luogo in cui ci troviamo, questo c'indicano i Limiti con il moderno pensiero scientifico.
Conway conclude giocando a far "Dio" quando con una breve catena assiomatica autoreferenziale ricorsiva genera tutti i numeri possibili.
In realtà Conway come prima Gauss, Cantor, Skolem, Gödel, poi Post, Tasky, Turing ed altri ancora, per passare in fisica ad Heisemberg, Bohr e i tanti che li hanno succeduti, c'indicano che l'infinito è nascosto annidato in ogni dove, dall'immateriale al materiale, che la conoscenza ha dei Limiti Ultimi Invalicabili dati dalla stessa struttura del luogo in cui siamo e da cui sorgiamo, perché il luogo stesso è autoreferenziale ricorsivo=infinito in ogni dove, e a oggi la logica li ha esplorati a fondo ed è mia piccola povera convinzione che ne troverà ancora altri. La fisica rispetto a logica, matematica e codici, è un poco + indietro perché necessitano enormi costosissime macchine per comprovare le continue scoperte con sperimetazione, sebbene essa stessa sia indirizzata inevitabilmente in tale direzione con lo sviluppo delle Teorie Quantistiche su cui tutta l'energia si fonda.
Ecco che come scritto in apertura abbiamo trovato l'origine di tutto questo discutere, l'infinito lo percepiamo grazie al fatto che tutto quanto è, è permeato da INCOMPLETEZZA poiché autoreferenziale ricorsivo porgendoci dei Limiti Ultimi Invalicabili.
In sintesi l'unico Assoluto che può generare un infinito è necessariamente INCOMPLETO e infatti l'unico Assoluto che c'è è in effetti l'INCOMPLETEZZA tra i cui effetti c'èl'impossibilità di completezza senza essere autocontradditori, l'impossibilità d'esistenza di altri assoluti, l'impossibilità di dimostrare semplici verità che ricadano nella richiesta interna di coerenza, l'impossibilità di decidere su questioni indecidibili a seguito dell'autoreferenza stessa, offendoci la banalità delle verità tautologiche e antipatiche circolarità nelle spiegazioni o dimostrazioni.
Al momento l'unico che ha fatto una dimostrazione del Teorema di Godel nella Teoria dell'Informazione è Gregory Chaitin.
Nel 1974 Gregory Chaitin ha trovato una versione del teorema di Gödel in termini di teoria dell'informazione.
Consideriamo il concetto di numero casuale, tale cioè che qualunque programma che lo stampi non possa avere lunghezza minore di quella del numero stesso: in questo caso la rappresentazione del numero è la sua più corta descrizione, e non è possibile comprimerla sostanzialmente (come invece è possibile, ad esempio, per `il numero costituito da un 1 seguito da un miliardo di 0', descrizione che richiede sostanzialmente meno di un miliardo di lettere).
Si ha ora la seguente forma del teorema di Gödel: un sistema matematico corretto può provare la casualità soltanto di un numero finito di numeri casuali.
Se così non fosse, esisterebbe un programma pn che lavora come segue: si generano i teoremi del sistema formale, fino a trovare un numero casuale di lunghezza maggiore di n, e lo si stampa.
Poiche i programmi pn sono tutti uguali eccetto che per la menzione del numero n, essi hanno una lunghezza costituita da una parte fissa (una costante c) più una parte variabile (di lunghezza uguale alla lunghezza di n, cioè log n); ed il numero stampato dal programma pn è un numero casuale di lunghezza maggiore di n.
Ma se n è sufficientemente grande questo è impossibile: n è infatti maggiore di c + log n, e quindi il numero stampato da pn ha lunghezza maggiore di quella di un programma che lo stampa, cioè non può essere casuale.
Il vantaggio della formulazione di Chaitin nei confronti di quelle di Gödel e Turing è duplice: essa non richiede autoriferimenti nella dimostrazione, ed esibisce enunciati veri ma non dimostrabili di interesse matematico (e non soltanto logico).
Un piccolo sforzo permette poi di andare ancora oltre.
Chiamiamo complessitïà di un numero la lunghezza del più corto programma che lo stampi, cioè della sua più corta descrizione (così che un numero è casuale se è minore o uguale della sua complessità).
Allora un sistema matematico corretto non può provare che un numero ha complessità troppo maggiore di quella del sistema; più precisamente, deve esistere un n tale che il sistema non può provare di nessun numero che esso ha complessita maggiore di n.
Se infatti il sistema potesse provare, per ogni n, che qualche numero ha complessità maggiore di n, esisterebbe un programma analogo al pn precedente (che stampa, questa volta, un numero di complessità maggiore di n), con conseguenze simili.
Questa è una versione del secondo teorema di Gödel: invece di provare che il sistema non può accorgersi della propria consistenza, prova che il sistema non può accorgersi di complessità troppo maggiori della propria (codificata attraverso la costante c).
Da cui deriva che infatti la Fisica ha intrapreso la via esatta, non siamo in grado di accorgerci di complessità troppo maggiori della nostra, e infatti la sfida della Fisica della Complessità sta aprendoci la via a Limiti Ultimi Invalicabili della conoscenza fisica stessa, altri, come avevo scritto in precedenza in questo post.
Come Borges sono annoiato dai giochi con l'infinito, che a quanto pare, invece, ancora solleticano altrui appetiti d'occhio mentale, poiché ormai son consapevole che vado perdendo tutto, lasciandolo all'altro, di me non può che rimanere la memoria ed in fondo ne sono felice perché questo è un gioco a cui tutti possono giocare e nessuno può vincere, proprio nessuno lo può vincere, questa è l'uguaglianza che dona l'assoluto dell'INCOMPLETEZZA.
E' come se qualcuno dicesse, cerca, cerca, cerca pure, alla fine troverai solo la mia volontà.
Senza dirlo, te lo fa dire a te giocatore che non vincerai mai.
Ogni tentativo d'arrivare alla Verità è condannato a fallire in partenza, come ogni tentativo di non fare codice autoreferenziale è condannato a fallire in partenza, perché anche se si realizza artificiosamente con grande fatica e omissioni innaturali un codice non autorefernziale e con esso si realizza un sistema assiomatico non autoreferenziale con postulati dimostrabili, esso non può essere fisicamente utilizzabile per impossibilità funzionali, vedasi Aritmetica di Presburger, con la quale per fare calcoli un pizzico complessi non basta tutta l'attuale capacità dello spazio tempo per memorizzarli in esso, l'universo ha troppo poco tempo e troppa poca memoria di sistema per tale artificio di codice forzato a non essere autoreferenziale, semplicemente non può funzionare.
Così s'è visto che è uno spostamento del Limite da quello Teorematico a quello Teorico, il ripiegamento continua senza poterci mai sfuggire.

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di ,

Minired aveva visto nellï'articolo sullï'infinito, delle esternazioni esoteriche di elettricisti pazzi. Probabilmente non immaginava l'esistenza di un der aufgussmeister che avrebbe approfittato del chiasmo storia dell'infinito-l'infinito della storia per andare oltre i confini elettrici del sito e rendere più elettriche le discussioni.
Vedremo in che modo il popolo elettrico reagirà all'analisi proposta.
Certo che molti, quando le argomentazioni si fanno così ardite, a fatica riusciranno a distinguere il confine tra il serio ed il faceto, ammesso che un tale confine esista e non si estenda ...all'infinito...;-)

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di der aufgussmeister,

Credo che una degna risposta al tentativo di fare una storia dell'infinito stia nel dare un concetto di infinito storico.
Applicando una profonda scrematura alle tesi sulla storia, queste ultime si possono riassumere in "tempo stregato del destino" e "determinismo".
Entrambe queste definizioni di storia infatti si sono alternate nel corso della storia stessa ed entrambe presupponogono il concetto di infinito: la prima dà una definizione del tempo come un ritorno ciclico e sempre identico a se stesso, un tempo in cui tutto si ripete e l'individuo è condannato ancora prima di essere colpevole (questa concezione la ritroviamo nell'antichità classica, nel barocco e nell'altra faccia del positivismo ottocentesco); la seconda invece dà al tempo un inizio ed una fine-redenzione, ed è legato al concetto di fede (nella divina provvidenza, nel progresso, nello spirito o nella rivouzione).
Il "tempo del destino" è indissolubilmente legato al concetto di infinito proprio in quanto presuppone una ripetizione infinita degli stessi eventi: Blanquie disse che un universo composto inizialmente da 100 elementi semplici che si uniscono in combinazioni dando vita all'esistente, in un tempo infinito è destinato a ripetersi infinite volte; mentre il determinismo è legato ad un concetto di infinito come gratificazione, ovvero come luogo-tempo dove l'individuo potrà redimere la sua esistenza (il paradiso per la religione, la crescita esponenziale del progresso per i positivisti, la parabola ascendente di perfezionamento dello spirito-per i filosofi della storia- o della società-per i marxisti).
A queste due tesi si può aggiungere la concezione degli storicisti che vedono il tempo come contenitore infinito, omogeneo e vuoto, all'interno del quale si dispongono i fatti della storia come semplici avvenimenti da analizzare in maniera oggettiva e additiva attraverso un processo di immedesimazione.
Queste tre concezioni storiche furono facilmente confutate dal materialismo storico, che rifiutava ogni tipo di fede, nella quale vedeva il regresso stesso della società declamava l'impossibile oggettività pretesa dagli storicisti, in quanto pregiudicati dalla storia trascorsa (quasi sempre storia dei vincitori); e rompeva "l'eterno ritorno dell'uguale", non portando il nichilsmo alle sue estreme conseguenze per superarlo (come sosteneva nietzsche), bensì facendo deflagrare il continuum spazio temporale nel momento in cui coglievano momenti del passato le cui pulsazioni si avvertivano ancora nel presente. In questo modo poteva rivivere quell'esperienza nella sua autenticità e soprattutto riuscire nel suo scopo: REDIMERE IL PASSATO, un passato che appartiene tutt'ora agli oppressori e di cui si avvertono ancora gli echi struggenti degli oppressi.
Con questo voglio dire che ogni momento della storia che non ha avuto la sua giustizia, si racchiude monadologicamente in frammenti del presente che sta a noi cogliere per poterli redimere. Non è quindi utile cercare la felicità o la verità nel futuro o nell'infinito perché là non vi giace; bisogna invece cercarla nel passato, o meglio farla balenare nel presente dal passato, riconoscendo ad esso ciò che il potere gli ha sempre tolto. L'infinito che ci opprime è l'infinita oscurità con cui gli oppressori hanno sempre reso torbide le acque della storia per farci credere che fossero profonde.

Rispondi

di ,

L'esoterismo è un atteggiamento spirituale, rito, dottrina e conoscenza da non diffondere pubblicamente.
L'articolo è una breve illustrazione storica del concetto di infinito, diffusa tramite internet, un posto poco segreto.
Lo spazio per ulteriori esternazioni c'è, come si può constatare anche leggendo la nota cui questa risponde.

Rispondi

di Minired,

Meraviglioso, un interessante ed approfondito concetto esoterico ; poi non dite che gli elettricisti non sono "pazzi..." Spero che ci sia spazio per altre esternazioni , saluti Minired

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