15 giugno 2001
“In fondo ho passato con lei...”
la voce si incrina e le ultime parole si mescolano ad un tremito,
“...i vent’anni più belli della mia vita.”
Gli avevo chiesto: “E il divorzio?”
“...sì sì... si farà tra poco”,
mi aveva risposto, con gli occhi che fuggivano nei ricordi,
”pochi giorni fa mi ha telefonato. Passerò dall’avvocato e firmerò.”
Per questo gli avevo chiesto:
”Ma tu, la vedi ancora?”
“No”, mi ha risposto.
Aggiungendo:
“Nei primi tempi sì, ...ma sarebbe stato meglio che non lo avessi fatto. Ma sai...
in fondo ho passato con lei ... i vent’anni più belli della mia vita.”
Tutti l’avevamo criticato allora. Era facile per chi era fuori dal groviglio della sua vita.
Per vent’anni si era dipanata regolare tracciando una tranquilla felicità.
La casa si arricchiva; viaggi in località famose; il lavoro si espandeva.
Ma sotto la serenità quotidiana, cresceva un uragano.
Un virus aveva infettato Roberta, iniettandole sogni di successo.
Affermazione, realizzazione di sé, verità semireligiose diffuse dalle soap opera televisive, svuotavano la quotidianità del suo senso.
Ed un giorno cancellò tutta la sua vita precedente liberandosi da ogni tentacolo: marito, suocero, padre, e una figlia senza l’orgoglio della bellezza.
Andrea fu risucchiato dal vortice, incapace di reagire, o inconsciamente deciso a non capire per difendere il passato dall’esplosione che lo avrebbe lasciato in un deserto.
Finito l’uragano, pensava, una ricostruzione poteva iniziare.
Lo sapevamo: si recava ancora ad incontrarla al bagno Melody che ora lei gestiva; non solo, ma l’aiutava nell’attività che a lui stava distruggendo la vita.
Era difficile attraversare la bufera “...ma in un certo senso credevo che qualcosa si sarebbe aggiustato...” continua a spiegarmi, riuscendo a fatica ad attenuare l’ondulazione della voce.
Ci vediamo raramente, io ed Andrea, ma nel pomeriggio mi ha telefonato.
Dice che ha pensato di farlo perché il pittore che espone con lui nelle aule di una scuola media di quartiere, mi conosce.
“Certo che lo conosco, Pino”, rispondo al telefono. “Non sapevo dipingesse”.
“Comunque non è solo per quello che ti ho chiamato, ma anche, così, ... se stasera vuoi fare un giro qui, ... io ci sono, ... sono nelle scuole medie di S. Pio X, c’è la ‘Festa dello Sport’, …ci troviamo, parliamo un po’… c’è anche una proiezione di diapositive sul Vietnam...”.
Sto guardando i suoi quadri e sento la verità della sua speranza disgregata dal tempo.
In fondo lei c’era ancora, e chi le aveva stravolto il cervello con fantasie inconsistenti, non era che un piccolo avventuriero.
Non potevano finire in quel modo assurdo vent’anni di vita felice.
Roberta non era fisicamente morta. Avrebbe dovuto esserlo sentimentalmente, per lui, ma perché non pensare ad una malattia curabile?
Andrea era disposto ad aspettarla, aiutandola a guarire.
Ogni altra soluzione gli appariva impossibile perché non scaturiva da nessun passato.
Un’illusione tenace, che l’imminente firma nell’ufficio di un avvocato cancellerà definitivamente.
A sessant’anni, cerca di scuotere la sua solitudine.
Il lavoro che ancora è costretto a fare, per non ritrovarsi con le poche lire di una pensione, si è ridotto e pochi sono i piaceri che procura.
Fotografia e pittura lo hanno sempre appassionato, ed ora spera di riempire con esse un futuro altrimenti vuoto.
Dipinge quadri dai temi classici. Paesaggi molto colorati, tratti dalle sue stesse foto. Non c’è l'osssessione di un tema preciso, ma un succedersi di dolci emozioni affidate ad una tecnica semplice.
L’aula della scuola media ha la luce estranea di vecchie lampade fluorescenti.
Qualche gruppetto entra ed osserva in silenzio.
Qualcuno scambia osservazioni con Andrea che spiega cercando di cogliere consensi.
Mi hanno sempre reso un po’ triste le mostre di pittori locali nelle sagre di paese: c’è un’aria di attese improbabili, ma anch’io, forse, un giorno osserverò qualcuno davanti ai miei ritratti.
Però mi accorgo che, anche da un tecnica imperfetta, scaturiscono a volte, quasi per magia, i desideri e le ferite della mano che li ha tracciati.
Come nei “Panni al vento” di Andrea, dove l’energia di colori vivaci disperde a terra, dai bianchi lenzuoli agitati dal vento, le lingue nere della malinconia, accettando una solitudine blu, dietro fiammelle verdi di cipressi.
Il caldo giallo del granturco sull'aia accende una speranza che imporpora la casa, aperta e silenziosa.

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