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Mau77 » 2 giu 2022, 1:25
Sera, premetto che, anche per via dell'orario, non ho letto tutte le risposte al post, per cui se qualcosa che andrò a scrivere avrà già trovato il suo posto in questo post (ecco che iniziamo male con questi giochetti di parole), potremmo rubricarlo come un involontario "delay".
Il tema è interessante, soprattutto perché è un argomento che mi interessa.
Negli ultimi anni mi sono avvicinato (mannaggia a me e a quando l'ho fatto) all'ambiente dell'hip hop, più che altro per il fatto che comporre strumentali "di quel tipo" è senz'altro più semplice rispetto a quello a cui sono abituato.
Poi con la sempre più pressante difficoltà economica in me sono cresciute le aspettative, legate anche al raggiungimento dell'obiettivo più "mercenario" che ci sia: fare musica per fare soldi (bruttissima frase e bruttissimo pensiero, tant'è che in effetti non riesco più a fare un pezzo, proprio perché senza stimoli e inventiva, il mero e odioso pseudo fine legato al guadagno non porta a nulla. Immagivano che potesse essere così e la realtà ora è questa).
Questo decisamente lungo preambolo ha un perché: l'hip hop è uno di quei contesti musicali dove purtroppo, nella maggior parte dei casi, il cosiddetto fruitore si accontenta ed ha come metro di giudizio l'impatto che hanno cassa e rullante sul suo stato psicofisico.
In pratica, nel 95% dei casi, quello che il pubblico (non educato musicalmente parlando, ossia non incline all'ascolto di generi differenti ma soprattutto non capace di apprezzare l'agogica in un pezzo, oppure l'uso di una suddivisione metrica alternativa e così via), alcuni addetti ai lavori, come ad esempio ingegneri del suono operanti negli studi di registrazione e peggio ancora, diverse etichette discografiche ricercano, è (come avviene in diversi generi musicali) un sound che non scuota alcun potere decisionale, che non metta in dubbio ciò che presumibilmente e, aggiungo, in maniera presuntuosa, vorrebbe essere fatto passare per "ciò che vuole la gente", quando in realtà il ruolo di "filtro" che hanno coloro che scelgono cosa secondo loro può andare e cosa non può andare, è fondamentale.
La cosiddetta loudness war è stata messa in pratica anche in altri generi e questo secondo me sarebbe un ottimo argomento di discussione per una tesi sui conflitti psicologi del singolo individuo e dello stesso in rapporto con l'esterno.
Personalmente, a parte comprensibili necessità di sfogarsi (ogni tanto non fa male), cosa che può capitare se si è intenti ad ascoltare musica per conto proprio (oltretutto, cosa che io non faccio da più di 20 anni, se non raramente e con le cuffie, cosa abbastanza singolare per uno che fa musica, ma dietro a questo ci sono svariati motivi), l'esasperazione a cui si è arrivati in questa pratica, è a mio avviso strettamente legata ad una profonda difficoltà nel percepire se stessi in questo mondo, dove l'appiattimento della dinamica e l'enfatizzazione della potenza, mostrano in realtà la debolezza che si cela dietro a tutto ciò, perché come vado dicendo da parecchi anni, se la musica è ben fatta per apprezzarla non è necessario rischiare di perdere l'udito, oppure rendere un mastering simile più ad un rettilineo anziché lavorare sui punti di forza (che fin troppe persone percepiscono come punti deboli): la dinamica, il trattamento dei suoni non "solamente" dal punto di vista dell'ingegneria del suono (fondamentale per restituire pulizia, appunto dinamica, spazialità, profondità, carattere e fornire quel supporto necessario affinché un pezzo renda al meglio), ma anche per quello che riguarda la personalità di "quel suono lì", come se si assistesse ad un dialogo tra strumenti.
Insisto su questo punto (l'aspetto psicologico) perché per quanto ci si sforzi di apparire distaccati, l'influenza che si ha con la percezione del proprio sé in relazione a quello che si vorrebbe che gli altri percepiscano di noi, è assoluta ed innegabile.
Poi ci sono altre varianti, altrettanto valide e con una capacità di persuasione talmente potente e al tempo stesso velatamente sfuggente, che nel parlare o nello scrivere qualcosa che riguarda terzi, la quasi totalità delle persone non si rende neanche conto del fatto che in realtà sta parlando di sé.
Una sorta di proiezione indiretta del sé mascherata da compiacimento per l'altrui soggetto (o soggetti).
Parecchi anni fa ricordo un amico che disse (riferendosi all'Oratorio di Natale composto da Bach "Eh ma questa musica non fa il botto", sottintendendo che a suo dire la musica da discoteca (quella che negli anni 90 era considerata la dance music e che oggi viene in parte definita Edm, come se l'acronimo Electronic po' possa donare più spessore ad un genere che un nome lo aveva già) era più potente.
Peccato per lui non aver colto la potenza di Bach.
Tornando all'hip hop, un giorno ma sono messo pari paro ad ascoltare circa 150 estratti di almeno 300 pezzi pubblicati da un utente su un noto sito di vendita di strumentali (dove peraltro si viene inondati di richieste di apprezzamenti per i propri pezzi in modo tale da ottenere lo stesso trattamento, il classico dare e avere tipico degli anti social: un atteggiamento che odio).
L'inizio era sempre lo stesso ed evito di commentare il resto, però c'è la tendenza a massimizzare l'impatto di quei due strumenti percussivi cui ho accennato prima, tralasciando la fondamentale importanza dello stile.
Infatti ascoltando strumentali di svariati utenti spesso è praticamente impossibile (nell'hip hop) stabilire una qualche linea di demarcazione tra l'uno e l'altro.
Prima che mi dimentichi: non so se qualcuno di voi ha mai visto il documentario su Glenn Gould intitolato "Genius within", veramente ben fatto e soprattutto incentrato sul rapporto tra lui e il tecnico del suono, lo consiglio (soprattutto perché se comprendere l'inglese potreste gustarcelo al 100%, io sono andato ad intuito e l'ho comunque trovato stupendo).
Non vado oltre, perché finirei dopodomani.