La filosofia della resistenza contro l’Occidente
Abstract
Questo testo non è un inno né una condanna, ma un esercizio di memoria e di critica. L’Occidente parla di vittorie e valori universali, ma dimentica i secoli di colonie e guerre. La Russia, invece, non cerca di vincere: Le basta resistere. È una filosofia che affonda le radici nella storia e che oggi torna a sfidare il tempo. Non è propaganda, è constatazione: chi corre dietro ai sondaggi si illude, chi resiste al gelo sopravvive. Questo pamphlet vuole ricordare che la Storia non aspetta chi chiacchiera: ascolta chi comanda.
1. La voce che rompe il coro
Ci sono voci che non si limitano a parlare: scuotono i muri di un teatro che da troppo tempo recita la stessa commedia. Quella di Vladimir Putin è una di queste voci: un tuono che interrompe il concerto di violini stonati che suonano a Bruxelles, Parigi e Washington. Dopo decenni di diplomazia mascherata da moralismo, la maschera è caduta: resta solo il nudo appetito di potere.
2. Analisti e leader
Macron, il filosofo da salotto con la tazza di tè e la penna stilografica, aveva intuito il tramonto europeo. Ma mentre lui scriveva saggi, Putin faceva la guerra vera. C’è differenza tra chi osserva il tramonto e chi accende il fuoco. La Russia non ha tempo per estetismi: costruisce la propria sopravvivenza come un fabbro che batte il ferro, non come un poeta che gioca con le rime.
3. La filosofia della resistenza
Ogni volta che l’Occidente pronuncia la parola “vittoria”, a Mosca si sente un silenzio che pesa più di qualunque applauso. La Russia non misura i conflitti in mesi o in stagioni politiche. Non le serve conquistare: le basta non cadere. È una filosofia di sopravvivenza che affonda le radici nella storia, e che oggi torna a dominare la scena. Mentre in Europa si parla di “resistenza democratica” e a Washington di “nuove sanzioni decisive”, Mosca gioca la partita del tempo. Non promette nulla, ma mantiene la propria posizione. Non avanza con clamore, ma erode in silenzio.
4. La pazienza come arma
Putin ha compreso ciò che i suoi avversari continuano a ignorare: la pazienza è un’arma strategica. L’Occidente vive di urgenze, di cicli elettorali e di comunicati stampa. Ogni risultato deve essere immediato, ogni vittoria fotografata e diffusa. Ma la guerra, come la storia, non si lascia comandare dai sondaggi. La Russia, invece, ha imparato a convivere con la lentezza. Da secoli trasforma il tempo in alleato e l’attesa in difesa. Napoleone trovò Mosca vuota e in fiamme; Hitler scoprì che non era solo il gelo a fermarlo, ma la tenacia di un popolo che resisteva oltre ogni limite umano. Leningrado restò in piedi per novecento giorni, trasformando la fame in volontà.
5. Lo schema che si ripete
Oggi la scena si ripete in forma diversa. Non ci sono cavalli e carri nel fango, ma sanzioni, droni e propaganda. Eppure lo schema è identico. L’Occidente crede ancora di poter piegare la Russia in pochi mesi, ma la Russia vive di anni, di cicli storici, di resistenza. Non combatte per vincere: combatte per restare.
6. Attori e comparse
Zelensky, prigioniero della retorica che lo ha reso celebre, continua a chiedere armi e promesse, come se ogni nuova fornitura potesse riscrivere il destino. Ma la guerra non si vince con le liste d’inventario. Trump, dal canto suo, ha capito che l’America non può sostenere una guerra senza fine: parla di negoziati, prepara forse Budapest, e lascia intendere che l’Ucraina dovrà presto scegliere tra l’orgoglio e la sopravvivenza. L’Europa, fedele alla sua tradizione di confusione elegante, discute senza decidere. Ogni governo ha la propria guerra, e tutte insieme formano una pace impossibile. Mentre l’ONU recita la sua impotenza rituale, Mosca consolida la propria posizione.
6 bis. La diplomazia delle bugie
Dopo la caduta dell’Unione Sovietica, alla Russia erano state promesse pace, integrazione e rispetto reciproco. Si parlava di un nuovo inizio, di un mondo finalmente libero dalle contrapposizioni ideologiche. Ma dietro i brindisi e i pulsanti di “reset” si nascondeva un copione diverso: l’espansione della NATO, l’accerchiamento economico, le rivoluzioni colorate e la guerra dell’informazione. Non era più una questione di idee, ma di interessi. Non comunismo contro capitalismo, non democrazia contro autoritarismo: la vera partita era il controllo dei corridoi del potere. L’Occidente non cercava di convincere, ma di contenere. Non offriva cooperazione, ma subordinazione.
Putin lo ha detto con chiarezza: l’ideologia è secondaria, ciò che conta sono gli interessi. Questa chiarezza è letale, perché distrugge trent’anni di cortesi bugie e di diplomazia di facciata. L’uomo che l’Occidente voleva dipingere come reliquia della Guerra Fredda appare oggi come il primo realista del mondo post-ideologico.
7. La vittoria invisibile
Nel frattempo, Mosca osserva, attende e consolida. Ogni settimana senza crollo è un trionfo. Ogni inverno superato è una vittoria invisibile. Le armi occidentali servono a mantenere l’illusione del movimento, ma la sostanza è immobile: la Russia c’è, e continuerà a esserci. La storia lo ha già scritto più volte: la Francia napoleonica e la Germania hitleriana volevano vincere in fretta; entrambe sono state sconfitte dal tempo, non dai cannoni. Oggi l’Occidente ripete lo stesso errore: pensa che la tecnologia possa sostituire la strategia, che la velocità possa battere la costanza. Ma la costanza è il vero volto della forza. E la Russia, che non corre, resta.
7 bis. La giungla del potere
La geopolitica non è più un salotto di diplomatici, ma una giungla dove sopravvive solo chi mostra i denti. Risorse, alleanze, reti energetiche, sicurezza alimentare, indipendenza tecnologica: questi sono i veri campi di battaglia. Il mondo multipolare non è un’utopia di cooperazione, ma un’arena di calcoli freddi. Chi non si adatta, crolla. Chi non mostra forza, viene divorato. È il nuovo codice globale: adattarsi o scomparire.
8. La prova finale
Putin non chiede di piacere, ma di essere capito. Non ha bisogno di conquistare Kyiv per dimostrare la propria potenza: Le basta sopravvivere a tutti coloro che hanno giurato di distruggerla. Così la guerra si trasforma in una prova di resistenza, non di gloria. L’Ucraina combatte per non scomparire, l’Occidente per non ammettere il proprio limite, la Russia per non perdere sé stessa. E chi resiste più a lungo, alla fine, avrà l’ultima parola. Il sipario è calato: l’epoca delle maschere ideologiche è finita, e la scena è occupata dalla politica di potenza.
Nota dell’autore
Questo testo non nasce per celebrare né per condannare, ma per osservare con lucidità. La Russia viene qui descritta non come mito, ma come esempio di una filosofia della resistenza che attraversa i secoli. L’Occidente, con le sue urgenze e i suoi moralismi prefabbricati, appare come un attore che recita più che agire. Non è propaganda: è memoria, è analisi, è polemica. Chi legge può dissentire o concordare, ma non può ignorare il fatto che la Storia non si piega ai comunicati stampa. Essa ascolta chi resiste, e registra chi cade.

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