Cos'è ElectroYou | Login Iscriviti

ElectroYou - la comunità dei professionisti del mondo elettrico

7
voti

Il vero obiettivo della separazione delle carriere

Indice

In questo articolo analizzerò perché la separazione delle carriere non è una riforma tecnica ma un’operazione politica che mira a riportare il Pubblico Ministero sotto il controllo del governo. L'obiettivo è svuotare l’obbligatorietà dell’azione penale e indebolire l’autogoverno della magistratura, smontando le garanzie costruite dai Padri Costituenti dopo la dittatura. Una riforma che non migliora la giustizia: la rende più docile verso chi comanda.


Nota dell’autore

Questo articolo ricostruisce fatti storici, dinamiche istituzionali e processi politici sulla base di studi, esperienze e conoscenze specifiche maturate negli anni. La prospettiva è quella dell’autore, che assume la responsabilità del proprio sguardo e del proprio linguaggio. Pur senza voler rappresentare la linea del sito che lo ospita, intende offrire una lettura documentata di un tema che riguarda la qualità della nostra democrazia.


1. Introduzione: perché questo articolo, perché ora

Ogni volta che in Italia si parla di “riforma della giustizia”, la politica tira fuori la stessa ricetta: separazione delle carriere, PM sotto il governo, CSM ridimensionato. È un mantra ciclico, un disco rigato che salta sempre sullo stesso punto. Ma questa volta il salto non è solo retorico: è istituzionale.

Il referendum sulla separazione delle carriere non è un dettaglio tecnico. Non è un aggiustamento del sistema. Non è un intervento neutro.

È un tassello di un progetto politico che ha radici profonde e che oggi trova un terreno fertilissimo: un’opinione pubblica stanca, una politica aggressiva, un clima culturale che vede nella magistratura non un potere dello Stato, ma un intralcio.

La separazione delle carriere non serve a velocizzare i processi o a renderli infallibili. Serve a spostare il baricentro del potere. Serve a rendere più controllabile chi indaga. Serve a indebolire l’unico potere che non risponde al governo.

Per capire quanto sia pericoloso questo spostamento, bisogna tornare indietro. Non per nostalgia, ma per memoria.


2. La giustizia sotto il fascismo: un precedente che non si può ignorare

Quando si parla di fascismo, molti pensano alle camicie nere, al manganello, alla censura. Pochi pensano alla giustizia. Eppure, è proprio lì che il regime costruì una delle sue armi più efficaci: un Pubblico Ministero completamente subordinato al potere esecutivo.

Il PM del ventennio non era un magistrato indipendente. Era un magistrato gerarchicamente dipendente dal Ministro della Giustizia. Praticamente un funzionario dello Stato...

Se il governo voleva colpire un oppositore, il PM eseguiva. Se il governo voleva insabbiare una porcheria, il PM obbediva. Se il governo voleva “dare un segnale”, il PM diventava il braccio armato della repressione.

Non c’era autonomia, non c’erano garanzie, non c’erano contrappesi. Il PM era un ingranaggio della macchina del potere.

I Costituenti, quando si sedettero a scrivere la nuova Costituzione, avevano questo modello ben stampato nella memoria. Molti di loro avevano conosciuto il carcere, il confino, la persecuzione. Sapevano cosa significasse avere un PM che non risponde alla legge, ma al governo.

Per questo decisero che mai più il Pubblico Ministero sarebbe stato un funzionario del potere esecutivo.


3. I Padri Costituenti: giganti che sapevano cosa stavano facendo

Oggi siamo abituati a politici che confondono la Costituzione con un volantino elettorale. I Costituenti erano un’altra cosa. Erano giganti.

C’erano giuristi, partigiani, perseguitati politici, intellettuali, cattolici, comunisti, liberali. Persone che avevano visto la democrazia morire e che sapevano quanto fosse fragile.

Il dibattito sull’indipendenza del PM fu uno dei più intensi dell’Assemblea. C’erano due posizioni:

  • chi voleva un PM gerarchico, come nei sistemi anglosassoni
  • chi voleva un PM indipendente, come il giudice

Vinse la seconda posizione. E vinse perché i Costituenti ragionavano con la memoria del fascismo ancora addosso.

Fu in quel contesto che nacque l’Articolo 112, una delle norme più brevi e più potenti della Costituzione.


4. L’Articolo 112: anatomia di una garanzia democratica

“Il pubblico ministero ha l’obbligo di esercitare l’azione penale.”

Dieci parole. Dieci parole che valgono più di mille discorsi sulla democrazia.

Significa che se un PM viene a conoscenza di un reato, deve indagare. Non può scegliere. Non può fare favoritismi. Non può chiedere il permesso al governo. Non può chiudere un occhio per convenienza politica.

È un obbligo, non una facoltà. È una garanzia per il cittadino, non un privilegio per il magistrato.


La separazione delle carriere rischia di rendere questo obbligo una formalità. Perché se il PM viene isolato dal resto della magistratura e reso vulnerabile al potere esecutivo, chi deciderà quali reati perseguire? Il Ministro. Il potere politico.

E allora sì, l’Articolo 112 resta sulla carta. Ma diventa carta straccia.


5. La riforma proposta: cosa cambia davvero (e cosa non ti dicono)

La separazione delle carriere viene venduta come una riforma di “civiltà giuridica”. Peccato che la civiltà non c’entri nulla.

Cosa cambia davvero?

  • Il PM non farà più parte della stessa magistratura del giudice: si spezza la comune cultura della giurisdizione.
  • Nasceranno due CSM separati: uno per i giudici e uno per i PM.
  • Quel CSM sarà più facilmente influenzabile dalla politica.
  • Il sorteggio dei membri del CSM ridurrà l’autogoverno a una lotteria, svuotando di senso il merito e la rappresentanza.
  • Il PM diventerà più debole, più isolato, più ricattabile.


Ma il vero "capolavoro" è un altro: isolando il Pubblico Ministero in un corpo separato, lo si spinge inevitabilmente verso l'orbita del Potere Esecutivo. Il PM rischia di diventare, di fatto, un funzionario del governo.

È questo che non ti dicono. È questo che rende la riforma strutturalmente pericolosa.


6. Il grande alibi: “la giustizia non funziona”

La politica ripete da anni che “la giustizia non funziona”. E la parte più comica è che hanno ragione. Ma non per i motivi che dicono loro.

La giustizia non funziona perché:

  • le leggi sono scritte male, piene di scappatoie
  • i tribunali sono sotto organico
  • i processi sono lenti perché mancano risorse
  • la digitalizzazione è un miraggio
  • le riforme sono fatte per propaganda, non per efficienza

E chi ha creato tutto questo? La politica.

Gli stessi che oggi dicono “la giustizia non funziona” sono quelli che l’hanno deliberatamente sabotata per decenni.

Quando una norma contiene margini, eccezioni o percorsi alternativi, questi non nascono dall’iniziativa dei singoli Attori del processo: sono parte integrante del testo legislativo. Se una possibilità esiste, è perché è stata prevista, scritta e resa operativa dal legislatore.

In questo contesto, il ruolo dell’Avvocato emerge nella sua più alta funzione tecnica e costituzionale. Un professionista preparato non fa altro che esercitare il proprio dovere: mappare l'architettura delle leggi e utilizzare ogni strumento procedurale per tutelare il proprio assistito. Se un Avvocato, conoscendo a fondo il mestiere, riesce, ad esempio, a far cadere un processo in prescrizione utilizzando le regole vigenti, non sta inventando un trucco, ma sta costringendo il sistema a rispettare i limiti che esso stesso si è dato. È l’eccellenza della competenza forense che mette alla prova la tenuta del diritto.

Tuttavia, è qui che emerge il vero nodo. Se le leggi sono sature di scappatoie, non è colpa del Magistrato che deve applicarle, né dell’Avvocato che ha il compito di individuarle: la responsabilità è del legislatore. Quelle che appaiono come "falle" sono spesso scelte consapevoli, figlie di una politica che scrive norme ambigue per depotenziare l'efficacia della giustizia. La scappatoia, in questo senso, non è un semplice strumento, ma una sorta di tradimento verso lo spirito del diritto, e il colpevole siede nelle aule del Parlamento, non in quelle del Tribunale.

Proprio per questo, l'idea di indebolire l'indipendenza del Pubblico Ministero sarebbe un rimedio peggiore del male. In un sistema legislativo così fragile e manipolabile, l'autonomia del PM dalla politica è l'ultimo baluardo di legalità. Se il PM finisse sotto il controllo del Governo, le scappatoie create dal legislatore non sarebbero più errori o difetti tecnici uguali per tutti, ma diventerebbero varchi aperti o chiusi a discrezione del potere esecutivo. Se il legislatore ha tradito il diritto con norme colme di insidie, l'unica salvezza è che chi esercita l'azione penale resti ancorato alla Magistratura e non ai desiderata di chi quelle leggi le ha scritte male.

Un esempio recente è la bozza di riforma del Codice di procedura penale elaborata dalla commissione ministeriale presieduta da Antonio Mura, che introduce il cosiddetto “avviso di perquisizione”: due ore prima dell’esecuzione di una perquisizione, gli inquirenti dovrebbero avvertire “con ogni mezzo utile” il difensore della persona sottoposta al controllo. La misura si aggiungerebbe all’avviso di arresto, già in vigore, che impone al pubblico ministero di comunicare preventivamente all’indagato l’intenzione di chiedere una misura cautelare.

È legittimo chiedersi come possa funzionare un sistema investigativo sottoposto a vincoli di questo tipo: non sono le procure a “fare cose strane”, ma un impianto normativo che rende più complesso, quando non impossibile, svolgere attività d’indagine efficaci. In un contesto del genere, chi delinque non può che trarre vantaggio da procedure che anticipano ogni mossa dell’autorità giudiziaria.

Un ulteriore elemento riguarda la struttura stessa del nuovo sistema disciplinare. La riforma prevede la sostituzione dell’attuale CSM con tre organismi distinti: un Consiglio superiore per i giudici, uno per i pubblici ministeri e un’Alta Corte disciplinare. Tre enti al posto di uno, con un costo complessivo stimato intorno ai 150 milioni di Euro l’anno, contro i circa 50 dell’attuale assetto.

L’aumento dei componenti, dagli attuali 33 a un totale che arriverà a 78 unità, comporterà inevitabilmente una maggiore incidenza delle nomine politiche e una più ampia distribuzione di incarichi e retribuzioni. Un sistema più costoso, più frammentato e più permeabile all’influenza esterna: un risultato difficilmente compatibile con l’idea di rafforzare il “baluardo” dell’indipendenza della magistratura.

A ciò si aggiunge la modifica del rapporto interno al potere disciplinare: la presenza dei membri laici aumenta, passando dagli attuali rapporti di 1 a 3 o 2 a 3 a un equilibrio di 2 a 5 o 3 a 5. Un incremento che rafforza il peso della politica nei procedimenti disciplinari a scapito della magistratura.

Le dichiarazioni dei protagonisti confermano la direzione. Nordio ha spiegato che la riforma “conviene” oggi alla destra e domani alla sinistra, perché impedisce di indagare i ministri di qualunque colore politico. Tajani ha aggiunto che occorre aprire il dibattito sul trasferimento della polizia giudiziaria dal pubblico ministero per ridarla al controllo diretto dei ministeri competenti.

A questo proposito è necessario chiarire un punto che spesso sfugge nel dibattito pubblico. La polizia giudiziaria risponde al pubblico ministero, perché la Costituzione affida al PM la direzione delle indagini. Le forze dell’ordine, invece, rispondono alla gerarchia politica: i Carabinieri al ministro della Difesa, la Guardia di Finanza al ministro dell’Economia, la Polizia di Stato al ministro dell’Interno.

Se le indagini non fossero più svolte dalla Polizia giudiziaria ma dalle forze dell’ordine, il controllo operativo passerebbe dai magistrati ai ministeri.

Significa che l’attività investigativa non sarebbe più diretta da un organo indipendente, ma da strutture che rispondono all’esecutivo. È un cambiamento che altererebbe in modo radicale l’equilibrio costituzionale tra poteri dello Stato, pur senza dichiararlo apertamente.


6-bis. Dalle leggi "ad personam" alla riforma "ad sistema"

C’è un capitolo della storia repubblicana che nessuno dei promotori della separazione delle carriere ha interesse a ricordare: quello delle leggi ad personam. Per trent’anni, ogni volta che un’inchiesta sfiorava un potente, compariva una norma “tecnica”, “necessaria”, “urgente”, che aveva un solo effetto concreto: far sparire quel processo.

È successo con prescrizioni accorciate su misura, depenalizzazioni chirurgiche, scudi giudiziari travestiti da riforme garantiste, norme sulle intercettazioni pensate più per proteggere i politici che la privacy, e riforme del falso in bilancio che lo hanno reso quasi innocuo.


A questo elenco si aggiungono interventi più recenti: la riscrittura del reato di traffico di influenze illecite, che ha ristretto l’ambito delle condotte punibili, e la modifica del controllo concomitante della Corte dei conti, che ha ridotto la possibilità di verifiche in corso d’opera.


La dinamica era sempre la stessa: un processo scomodo? Una norma mirata, e il problema evaporava.

Queste erano le leggi ad personam: il primo livello (il passato), quello degli interventi chirurgici, puntuali, costruiti per salvare un singolo o un gruppo ristretto.

La separazione delle carriere rappresenta il livello successivo (il presente): non più una norma per spegnere un incendio, ma una riforma strutturale per ridurre il potere di chi indaga. È un salto di scala. E sarebbe ingenuo pensare che il processo si fermi qui. Quando si indeboliscono i contrappesi, il potere tende naturalmente ad allargare lo spazio che si è ritagliato. Non serve un colpo di Stato: bastano passaggi graduali, ciascuno formalmente “legale”, ciascuno presentato come necessario.

E poi c’è il terzo livello (il rischio futuro): la legittimazione popolare. Una riforma costituzionale approvata tramite referendum offre al potere un mandato morale che può essere usato per restringere ulteriormente le garanzie. Chi vota "SI" credendo di rafforzare i propri diritti rischia di consegnare al governo l’autorità per limitarli. È il paradosso delle democrazie quando i contrappesi si indeboliscono: ogni passo successivo può essere presentato come “voluto dal popolo”, anche quando il risultato è un sistema meno libero.


6‑ter. Il sorteggio: neutralità apparente, controllo reale

In questo quadro generale si inserisce il tema del sorteggio dei componenti dei nuovi organi di autogoverno. La riforma prevede che tanto i magistrati quanto i membri laici vengano sorteggiati, ma la simmetria è solo apparente.

I magistrati vengono estratti da un insieme molto ampio, composto da migliaia di colleghi su tutto il territorio nazionale. I membri laici, invece, vengono sorteggiati all’interno di una lista chiusa definita dal Parlamento, senza che sia stabilita una dimensione specifica. La selezione preliminare dei nomi è quindi interamente nelle mani della maggioranza politica del momento.

In assenza di un numero minimo di candidati, la lista può essere talmente ristretta da rendere il sorteggio una formalità. Se i nomi sono poco più dei posti da coprire, la casualità diventa un artificio: il risultato è sostanzialmente predeterminato. In questo modo il sorteggio si trasforma in una nomina travestita, un vero e proprio listino bloccato in cui la componente laica risulta omogenea e politicamente selezionata.

Al contrario, la componente togata viene scientemente atomizzata: la scelta affidata al puro caso non garantisce alcuna coesione, ma soprattutto sacrifica il merito e l'esperienza. Nell'urna finiscono indistintamente magistrati di lungo corso e colleghi giovanissimi, magari con pochissima anzianità di servizio, che si troverebbero a gestire l'autogoverno senza il necessario bagaglio di competenza istituzionale. Si rinuncia così a cercare i profili più preparati, consegnando la rappresentanza della magistratura alla sorte, mentre la politica sceglie con cura chirurgica i propri rappresentanti.

Questa combinazione altera l’"equilibrio" interno degli organi: da un lato una "falange" politica compatta e autorevole, dall’altro un insieme di singoli individui estratti a sorte, frammentati e potenzialmente inesperti. Il tutto pur presentandosi come un meccanismo neutrale.

Questo introduce una differenza strutturale: da un lato un sorteggio realmente casuale (e per questo indebolito), dall’altro un sorteggio che opera dentro un perimetro definito da chi detiene i numeri per farlo. In una maggioranza, questo tipo di asimmetria non è un dettaglio tecnico, ma una possibilità concreta di orientare l'intero sistema.

se hai i numeri in Parlamento, governi la lista. Se governi la lista, controlli il CSM. Se controlli il CSM, orienti la giustizia.

Il resto è folklore istituzionale!


7. Trenta anni di guerra alla magistratura: da Mani Pulite a oggi

La separazione delle carriere non è un’esigenza tecnica nata oggi: è una ferita aperta che risale al 1992. In quell'anno, l’inchiesta Mani Pulite scoperchiò un sistema di corruzione sistemica che coinvolgeva i vertici dello Stato, portando il Paese a un confronto brutale con la propria classe dirigente.

Da quel momento, il baricentro del potere ha smesso di guardare alla giustizia come a un valore da tutelare, iniziando a percepirla come una minaccia da disinnescare. Per una parte consistente della politica, l’obiettivo è diventato drammaticamente semplice: indebolire chi ha il compito di indagare sui potenti.

Quella che abbiamo vissuto in questi decenni è stata una vera e propria guerra di logoramento, combattuta con ogni arma a disposizione: la delegittimazione sistematica dei magistrati, campagne mediatiche orchestrate per trasformare gli inquirenti in nemici del popolo, riforme punitive e un costante definanziamento dei mezzi necessari alle indagini. In questo disegno di lungo periodo, la separazione delle carriere non è che il tassello finale. Non serve a rendere il processo più giusto, ma a isolare il Pubblico Ministero, recidendo il suo legame con l'ordine giudiziario per renderlo, col tempo, più vulnerabile e permeabile ai desiderata del potere esecutivo. È l'atto conclusivo di una strategia nata sulle macerie della Prima Repubblica per garantire che certi 'sistemi' non vengano mai più scoperchiati.


8. Il contesto attuale: perché questa riforma arriva proprio ora

Ci si deve chiedere: perché proprio adesso? La risposta è cinica ma innegabile: perché il clima politico e sociale è diventato il laboratorio ideale per questa operazione. Siamo nel mezzo di una 'tempesta perfetta' dove ogni contrappeso sembra essere venuto meno. Da un lato, abbiamo un governo 'forte', con una maggioranza coesa che percepisce il mandato elettorale come una licenza per rimodellare gli equilibri costituzionali a proprio piacimento. Dall'altro, un'opposizione frammentata e debole, incapace di costruire una contro-narrativa efficace che vada oltre la protesta di facciata.

A fare da sfondo a questo squilibrio c'è un'opinione pubblica esausta, stordita da decenni di lungaggini processuali e riforme mancate, ormai incapace di distinguere tra l'efficienza del sistema e la tutela delle garanzie. Su questa stanchezza si è innestata una narrativa tossica sulla "giustizia politicizzata": un mantra che non è nato per caso, ma è stato costruito a tavolino per anni. Si è instillata nel cittadino l’idea che il magistrato non applichi la legge, ma persegua un’agenda politica, trasformando così ogni indagine scomoda in un complotto di parte.

Questa operazione di disinformazione ha un obiettivo preciso: preparare psicologicamente il terreno al referendum. Si è convinta la gente che la separazione delle carriere sia la soluzione magica ai ritardi dei processi, quando invece è solo la chiave per isolare il PM. Il quadro è completato da un sistema mediatico compiacente, che agisce come un megafono per questa propaganda, evitando di spiegare i rischi reali per la democrazia. È in questo vuoto di critica e di memoria che la politica ha individuato il momento ideale per sferrare l'attacco. Non è una riforma dettata dall'urgenza, ma una mossa d'azzardo giocata nel momento di massima fragilità delle difese democratiche. È il momento ideale per colpire, perché le sentinelle sono distratte o sono state convinte che il nemico sia chi le protegge.

Ecco perché è il momento ideale per colpire...


9. Le conseguenze democratiche: cosa rischiamo davvero

Se passa questa riforma, cosa succede?

  • Il PM diventa meno libero: un magistrato isolato è un magistrato più fragile di fronte alle pressioni.
  • Le indagini sui potenti diventano più difficili: si alza un muro di protezione intorno alle alte sfere.
  • I reati dei colletti bianchi diventano più “gestibili”: corruzione e malaffare perdono il loro principale avversario.
  • La politica può influenzare le priorità investigative: sarà il governo, e non più la legge, a decidere su cosa si deve indagare e su cosa è meglio sorvolare.
  • La fiducia dei cittadini crolla del tutto: quando la legge non è più uguale per tutti, svanisce il patto sociale.
  • La democrazia perde un contrappeso fondamentale.


Non serve immaginare scenari apocalittici: basta guardare la storia per capire che un potere senza controlli tende inevitabilmente all'arbitrio.


10. Conclusione: da che parte della storia vogliamo stare

I Costituenti non erano ingenui. Sapevano che la politica avrebbe cercato, prima o poi, di riprendersi il controllo della giustizia. Per questo costruirono un sistema di garanzie. Per questo resero il PM indipendente. Per questo scolpirono nella Costituzione l’Articolo 112.

Oggi quelle garanzie sono sotto attacco. E non da parte di tecnici, ma da parte di politici che vogliono cambiare le regole del gioco perché temono l’arbitro.

Votare NO non è un atto ideologico. È un atto di difesa. È un modo per dire che la democrazia non si tocca. È un modo per dire che non ci fidiamo di chi vuole un PM più docile. È un modo per dire che la libertà non si baratta con la propaganda.

La domanda finale è semplice: vogliamo stare dalla parte di chi ha scritto la nostra libertà o dalla parte di chi cerca la propria impunità?

5

Commenti e note

Inserisci un commento

di ,

CornelioFallaci, doppio commento? Certi errori sono evocativi... ma non entrerò nel merito della tua risposta, non servirebbe. Proprio vero che tra ingialliti è impossibile non riconoscersi: quando qualcosa va detto, va detto, anche due volte, se occorre. :))) Il doppione è già stato cancellato, ma noi sappiamo com’è andata. Posto che tra ingialliti ci si capisce al volo, avrei voluto risponderti con un "punto", tipo firma da artista concettuale, poi ho pensato che visti i precedenti non so quanti l'avrebbero colto... ;)

Rispondi

di ,

Grande articolo. Ovviamente condivido tutto quello che hai scritto. Ho capito quello che c’era da capire, anche perché, una parte, mi era nota già da prima. Il rinvio al thread è risultato utile, se non altro ha rivelato e rivelerà per il futuro le conoscenze di una parte dell’utenza. C’è chi liquida tutto con “sono tue considerazioni”, chi cita Dante per non entrare nel merito, chi sposta il discorso su casi mediatici, nessuno affronta la struttura istituzionale, a parte chi cerca di mantenere la barra dritta, sembrando però una voce nel deserto. Nessuno entra nel merito del tuo articolo, nessuno prova a contestare i passaggi tecnici, Perché? Perché il tuo articolo è un terreno dove loro non possono giocare. E allora fanno l’unica cosa che gli conviene: fanno finta di non vederlo e parlano d’altro. Non è che non vogliono rispondere: non possono.

Rispondi

di ,

Grazie per la lettura e per il commento. Il collegamento al thread è utile, perché lì la discussione può svilupparsi con maggiore ordine e visibilità. Per quanto mi riguarda, chi vorrà approfondire troverà entrambi gli spazi disponibili.

Rispondi

di ,

Per quanto mi riguarda, dunque personalmente, condivido il contenuto di questo articolo e, al tempo stesso, invito a considerare la nota dell'autore: un distico più che esplicito. C'è e ci sarebbe molto da scrivere ma, in ogni caso, a parte gli eventuali commenti che si ha facoltà di aggiungere a questo segnalo che nel forum è stato aperto un thread dedicato all'evento(https://www.electroyou.it/forum/viewtopic.php?f=6&t=92956) perché il "Fuori tema" è il "posto" più idoneo allo sviluppo di una discussione di questo genere, ne consente l'approfondimento e il confronto conservando una sua leggibilità, sempre senza eludere le regole del portale.

Rispondi

Inserisci un commento

Per inserire commenti è necessario iscriversi ad ElectroYou. Se sei già iscritto, effettua il login.