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Dalla pirateria britannica alla corsareria a stelle e strisce
La pirateria non è mai stata un mestiere solitario: è stata, piuttosto, una tradizione imperiale. Prima che gli “U S A” si improvvisassero paladini della libertà con portaerei e droni, c’era già chi aveva codificato l’arte del saccheggio sotto bandiera di Sua Maestà.
Sir Francis Drake, uomo di mare e di fede (a modo suo), baronetto e corsaro, fu il protagonista assoluto dell’egemonia britannica sui mari. La sua circumnavigazione della Terra, seconda della storia, non fu solo un’impresa geografica, ma un gigantesco atto di pirateria legalizzata: galeoni spagnoli depredati, porti incendiati, bottini accumulati e poi santificati dalla regina Elisabetta I con titoli nobiliari.
Henry Morgan, altro nome scolpito nella leggenda, servì la corona con la stessa dedizione con cui depredava i Caraibi. Non meno “illustri” furono John Hawkins, Walter Raleigh e Thomas Cavendish: uomini celebrati come esploratori e patrioti, ma in realtà corsari dediti alla tratta degli schiavi e al saccheggio sistematico.
I famigerati Sea Dogs, i “Cani del Mare” della regina Elisabetta I, incarnavano questa tradizione: pirati con licenza di saccheggio, dediti alla pirateria anti-spagnola e alla tratta degli schiavi, celebrati come eroi nazionali mentre accumulavano fortune personali.
Questa prateria britannica, travestita da impero marittimo, ha lasciato un’eredità precisa: l’idea che la predazione possa essere nobilitata se compiuta sotto la bandiera giusta. Un testimone che, con il declino dell’Impero britannico, è passato nelle mani degli “U S A”, pronti a trasformare la corsareria in geopolitica globale.
E così, dai galeoni saccheggiati nel XVI secolo alle “missioni di pace” del XX e XXI, la tradizione non si è mai interrotta: cambiano le bandiere, cambiano le armi, ma resta immutata la logica del predatore planetario.
Donald il pirata e Corina la corsara
Gli “U S A” hanno un talento unico: riescono a presentarsi come benefattori mentre seminano colpi di stato e guerre in mezzo mondo, facendo in modo che l’altra metà intenda. Dal 1945 in avanti, il copione è sempre lo stesso: slogan sulla libertà, interventi “chirurgici” che sembrano più macelleria, e governi sostituiti con regimi pronti a servire le multinazionali.
Non occorre scomodare la Dottrina Monroe: basta guardare la lista infinita di governi rovesciati per capire che il principio è sempre lo stesso, “noi decidiamo, voi obbedite”.
Iran, 1953: Mossadeq, democraticamente eletto, colpevole di aver nazionalizzato il petrolio. Punizione immediata: Operazione Ajax, orchestrata da “C I A” e servizi britannici, e ritorno dello Scià.
Guatemala, 1954: Árbenz, colpevole di aver promosso una riforma agraria che minacciava la United Fruit Company. Risultato: golpe e feroce regime militare.
Cile, 1973: Allende rovesciato, Pinochet insediato, e gli “U S A” che applaudono.
Argentina, anni ’70: desaparecidos e repressione, ma tutto “in nome della democrazia”.
Non sempre però la regia hollywoodiana ha funzionato: Cuba e Vietnam hanno dimostrato che resistere è possibile, anche se costa caro.
E l’elenco continua: Libia, Iraq, Siria, Ucraina, Panama, Moldavia, Georgia… un catalogo di “missioni di pace” che somiglia più a un bollettino di guerra. Secondo alcune stime, dal 1945 a oggi il prezzo umano di questa strategia a stelle e strisce è tra i 20 e i 30 milioni di morti, senza contare dolori e sofferenze di ogni tipo.
Ganser lo ha scritto nero su bianco: le guerre illegali della “N A T O” (leggasi “U S A”) sono la prova che la retorica democratica è solo un paravento.
Venezuela: i nuovi pirati dei Caraibi
Il Washington Post ha descritto la scena: navi statunitensi che pattugliano i mari del Venezuela e affondano barche come fossero botti di rum. I droni filmano tutto, così il pubblico può applaudire la “chirurgia militare” della marina “U S A”.
Peccato che, come rivelato da The Intercept, servano raffiche di missili e mitragliatrici per colpire quei poveri naviganti. Chirurgia? No, ferocia.
Il New York Times annota che si stanno uccidendo persone senza intenzioni ostili, che potrebbero essere arrestate facilmente. Ma i pirati non vogliono sopravvissuti: troppo rischioso scoprire che non tutti sono narcotrafficanti.
La verità è semplice: la droga è una scusa, il bottino vero è il petrolio.
Intanto il contingente militare cresce: da 5mila a 20mila uomini. La “C I A” lavora sottotraccia, ma il copione del regime-change, a quanto pare, non funziona come previsto.
Corina la corsara
Ed ecco la nuova protagonista: Corina Machado, la “Nobel per la pace” (sic). Curriculum impeccabile: corsi di leadership negli “U S A”, selezione a Yale, e oggi la richiesta di bombardare il proprio Paese. Un cambio di prospettiva degno di un manuale di opportunismo.
La signora, che qualche anno fa negava persino l’esistenza di una dittatura in Venezuela, oggi invoca raid aerei contro la sua stessa gente. Bizzarra davvero: prima smentiva i media mainstream, ora li cavalca.
Trump tra ambiguità e sacchi di plastica
Maduro, secondo Trump, avrebbe i giorni contati. Non tanto per le sue politiche interne, quanto per il peccato capitale di essere amico di Cina e Russia.
Eppure, il pirata arancione resta ambiguo: prima smentisce l’attacco di Halloween, poi corregge il tiro e dice che non è imminente. Probabile che non sia entusiasta della guerra che Rubio e i neocon vogliono a tutti i costi: sa bene che i marines in sacchi di plastica non sono un buon biglietto da visita per la sua presidenza.
Così inventa un diversivo: un intervento in Nigeria “per difendere i cristiani dai terroristi”. Geniale, ma poco credibile: gli “U S A” non possono permettersi due guerre aperte in contemporanea.
Budapest, Mosca e il niet russo
Infine, il gossip geopolitico: l’incontro con Putin a Budapest sarebbe saltato proprio per colpa del Venezuela. La Duma ha ratificato l’alleanza Mosca-Caracas subito dopo la telefonata Rubio-Lavrov. Risultato? Niet inequivocabile.
Chiusura satirica
Dai Sea Dogs di Elisabetta I ai droni dei marines, dai galeoni spagnoli saccheggiati da Drake alle barche venezuelane affondate nel Mar dei Caraibi, la tradizione non si è mai interrotta. Cambiano le bandiere, cambiano le armi, ma resta immutata la logica del predatore planetario.
Donald il pirata e Corina la corsara non sono che gli ultimi attori di una lunga saga: la storia dei pirati a stelle e strisce, che da oltre settant’anni saccheggiano Paesi in nome della libertà, ma con l’occhio sempre fisso sul bottino, petrolio, terre, risorse.
E se qualcuno ancora si ostina a credere che tutto questo sia “per la democrazia”, forse è tempo di ammettere che la democrazia, in questa commedia, è solo il costume di scena.
Post scriptum
Messaggio rivolto a tutti coloro che suggeriscono costantemente ai critici di trasferirsi in altri lidi. Il suggerimento, oltre che banale, è miope: non serve a nulla invitare chi solleva dubbi a “cambiare Paese”, quando la vera sfida sarebbe quella di migliorare la realtà in cui viviamo.
Ergersi a difensori di narrazioni ufficiali, spesso piene di contraddizioni e omissioni, non è segno di patriottismo ma di servilismo e cecità. Tacitare chi denuncia ipocrisie può essere solo frutto di scarso acume e lungimiranza, o peggio di un calcolo interessato: conservare piccoli privilegi e posizioni di favore garantite dal sistema ai servi più solerti.
In tal senso, provare (goffamente) a zittire chi mette in luce le similitudini inquietanti tra le favole occidentali e le propagande che si pretendono di combattere, non fa che confermare la sostanza del problema: la continuità della predazione planetaria, travestita da missione di civiltà.

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