La Repubblica è assente, lasciate un messaggio
La normalizzazione dell’anomalia come forma di governo
Nota: Questo testo non incita, non inneggia, non minaccia. Espone. Espone ciò che accade quando il diritto viene sospeso, e ciò che resta quando la legalità diventa facoltativa. Se vi sembra troppo, forse è perché lo è davvero.
Lo stato d’eccezione non è più un’eccezione
Qualunque sarà il grado effettivo di escalation bellica, l’innesco di una guerra tra Russia ed Europa non sarà solo un evento geopolitico: sarà il sigillo finale sulla dissoluzione della legalità costituzionale. Lo stato d’eccezione, inaugurato con l’emergenza pandemica, non verrà più rinnovato: verrà normalizzato. E questa volta lo si farà con stile, magari sotto forma di Legge Marziale travestita da “protocollo di sicurezza avanzata”. Perché anche l’autoritarismo, oramai, ha imparato a parlare il linguaggio della compliance.
L’Italia dorme, le piazze altrove si muovono
Nel frattempo, il popolo italico continua a vivere in una sorta di spa cognitiva, salvo qualche eccezione, avvolto nella bambagia di una inconsapevolezza che non è più distrazione, ma disciplina. Altrove, però, le piazze si muovono davvero. In Francia si sventolano bandiere palestinesi ovunque; in “U K” quelle nazionali. Due simboli, due narrazioni: da un lato la denuncia dell’imperialismo mediterraneo, dall’altro la difesa dell’identità minacciata dall’immigrazione. Ma non si incontrano. Non convivono. E questo è già un sintomo.
La differenziazione simbolica suggerisce che i due temi non possano coesistere nella stessa piazza, come se la lotta contro l’espansionismo escludesse la difesa della sovranità, e viceversa. Così, l’insorgenza sociale viene ancora una volta incanalata nelle polarità “destra” e “sinistra”, che il sistema neoliberale utilizza con maestria per neutralizzare ogni tentativo di autonomia popolare. Il trucco è sempre lo stesso: dividere per etichettare, etichettare per delegittimare. E intanto, il dissenso si trasforma in folklore, la protesta in algoritmo, la piazza in hashtag.
Il diritto come optional
Non possiamo prevedere gli sviluppi dei movimenti di piazza, ma possiamo intuire con buona approssimazione il quadro normativo in cui si troveranno ad agire: perdita del diritto democratico d’opposizione, repressione giudiziaria del dissenso, e sua derubricazione a “terrorismo”. Il dissidente non sarà più interlocutore, ma minaccia. Non più cittadino critico, ma soggetto da neutralizzare. E il codice penale, da strumento di garanzia, si trasformerà in catalogo di reati d’opinione.
In questo scenario, la resistenza popolare potrebbe essere costretta a contemplare uno sbocco insurrezionale. Non per romanticismo rivoluzionario, ma per necessità logica. Tuttavia, un simile sbocco avrebbe possibilità concrete solo in caso di frattura interna alle Forze Armate. Ecco allora la concatenazione politico-giuridica ipotizzabile: resistenza → insurrezione → guerra civile.
Non è una previsione, né un auspicio. È una possibilità che impone una riflessione seria sul rapporto tra insurrezione e diritto. Non per giustificare, ma per comprendere. Per comunicare. Per difendersi. Per non essere sorpresi quando il diritto verrà chiamato “minaccia alla sicurezza”.
Quando la legge non è più dalla parte della legge
Numerose costituzioni nel mondo, tra cui quella degli “U S A”, contemplano il diritto dei popoli alla resistenza contro il proprio Stato, nei casi in cui si sia instaurata una situazione di tirannide. Non è un’idea marginale, né una fantasia da estremisti: è un principio giuridico riconosciuto. E non lo ha scritto Che Guevara: lo ha firmato il diritto comparato.
Anche il diritto internazionale lo abbraccia. I protocolli aggiuntivi del 1977 alla Convenzione di Ginevra sui diritti umani del 1949 attribuiscono lo status di combattente legittimo e tutelato anche agli irregolari senza divisa e ai guerriglieri. Non serve una divisa per essere riconosciuti come soggetti di diritto: basta una causa legittima e una condotta conforme. Il diritto, quando è serio, non si ferma davanti all’uniforme.
In Italia, durante l’Assemblea Costituente del 1946, Moro e Dossetti tentarono di inserire il diritto alla resistenza nella Costituzione. Non ci riuscirono. Ma nei commentari alla Costituzione scritti proprio da Costantino Mortati, il principale oppositore a quell’inserimento,troviamo spunti di grande interesse. Mortati ipotizza la legittimità di figure organizzative del popolo, del tutto informali, che assumano la difesa dei valori costituzionali e la loro reintegrazione “quando ciò si palesi necessario per l’insufficienza o la carenza degli organi ad essa preposti”.
Tradotto: se le istituzioni non difendono la Costituzione, può farlo il popolo. Non è un’idea sovversiva. È una clausola di dignità. E non serve nemmeno il timbro.
Costituzionalismo sotto tutela
Dopo trent’anni di “U E“ e di riforme neoliberiste per adeguare il sistema italico alle esigenze del mercato finanziario globale, non soltanto risultano invalidati diversi e basilari articoli della Carta, ma le stesse istituzioni elettive si trovano nell’impossibilità di decidere su bilancio e altre questioni fondamentali. Il Parlamento vota, ma non decide. Il Governo firma, ma non negozia. La sovranità è diventata un esercizio retorico. Un po’ come il “dibattito pubblico”: si fa, ma non incide.
La necessità di difendere i valori costituzionali, o meglio, il costituzionalismo come principio dello Stato in opposizione al neo-assolutismo affluente, si pone proprio nel momento in cui gli organi preposti a tale difesa si rivelano carenti o collaborazionisti. Basti pensare alle sentenze della Corte Costituzionale che, dal 1984 a oggi, hanno dapprima equiparato e poi attribuito primato ai Trattati Europei rispetto alla Costituzione repubblicana, malgrado le numerose voci palesemente incompatibili fra i due ordinamenti.
Se al problema della “U E” aggiungiamo poi le ingerenze e le coercizioni da parte di ulteriori organismi sovranazionali e non elettivi, “N A T O”, “O M S”, World Economic Forum, non soltanto si configura uno scenario di tirannide, ma anche di occupazione straniera. E in tal caso, va ricordato che la già citata Convenzione di Ginevra pone come legittimo addirittura il ricorso alla lotta armata.
Ironia della storia: ciò che oggi verrebbe bollato come “sovversivo” è stato, nel 1943, il primo atto della Repubblica Italiana. Il processo storico che porta alla sua nascita viene avviato da una proclamazione d’insurrezione generale, trasmessa via radio. Altro che tweet.
Soggettività costituente cercasi (urgentemente)
Opporsi alla guerra e ai governi guerrafondai comporterà rischi. Ma questi rischi avranno senso solo se emergerà, nelle popolazioni, la volontà di trasformarsi da massa resistente in soggettività costituente. Non si tratta di evocare fantasmi rivoluzionari, ma di riconoscere che la democrazia non è un dato, ma una pratica. E che, quando le istituzioni tradiscono il patto, il popolo non è obbligato al silenzio.
La domanda non è se ci sarà insurrezione. La domanda è se ci sarà ancora spazio per la politica, quella vera. Quella che nasce dal basso, si organizza, si difende. Quella che non si accontenta di sopravvivere, ma pretende di decidere.
Perché il diritto, quando viene negato, non scompare: si trasforma in memoria attiva.
Edit:
LUPUS IN FABULA
Checché ne dica Salvini ed il suo Garante lacché, lo sciopero generale senza preavviso del 03/10/2025 è legittimo!
Indovina, invece, chi ha violato la Costituzione?

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