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La soglia degli spazi fragili

Indice

Se la realtà supera le capacità degli spazi digitali


Premessa

Negli ultimi giorni ho riletto i thread di geopolitica a cui ho partecipato negli anni passati. È stato un esercizio utile, anche se non privo di una certa tristezza. Non per le opinioni diverse, che sono legittime e persino necessarie, ma per la dinamica con cui quelle discussioni si sono svolte e concluse.

Molti interventi sono stati accolti con sarcasmo, battute, semplificazioni o etichette ideologiche. In più di un caso, il confronto è stato spostato dalla sostanza alla persona, come se analizzare un contesto complesso fosse di per sé un atto sospetto. Altri commenti hanno preferito ricorrere a categorie identitarie o a caricature, invece di entrare nel merito dei contenuti. È una dinamica che non riguarda le persone in sé, ma il modo in cui certi spazi reagiscono quando la discussione supera la soglia della superficie.

In tutto questo, sarebbe servita una figura Terza: qualcuno capace di distinguere tra argomento e attacco, tra analisi e slogan, tra complessità e rumore. Ma una figura del genere, nei forum, semplicemente non può esistere. Non per mancanza di buona volontà, ma per natura del mezzo: non mediato, impulsivo, ideologizzato, privo di competenze strutturate in geopolitica, e privo di qualsiasi responsabilità reale. È proprio questa assenza strutturale a trasformare ogni tentativo di complessità in un’invadenza, e ogni analisi in una minaccia all’equilibrio del gruppo.

Ora, non potendo riproporre l’intero materiale, sarebbe impossibile e forse anche dispersivo, ho scelto un paio di interventi. Non sono necessariamente i più completi, ma, riletti oggi, mostrano con chiarezza come certi segnali fossero già visibili due anni fa, e in parte anche prima.

https://www.electroyou.it/forum/viewtopic.php?f=6&t=85970&p=966419&hilit=rogito#p966419 Post [465]


https://www.electroyou.it/forum/viewtopic.php?f=6&t=85970&hilit=rogito&start=490#p968254 Post [493]

Non è necessario condividere ogni conclusione per riconoscere che alcuni nodi erano già presenti, e che la loro evoluzione non è stata improvvisa. Rileggerli oggi non significa rivendicare nulla: significa confrontare ciò che si era intuito con ciò che è accaduto.

Per completezza, riporto anche alcuni esempi delle reazioni ricevute. Non per polemica, ma per documentare il contesto e la distanza tra chi cercava di analizzare e chi preferiva ridurre tutto a slogan o a categorie identitarie. Sono estratti brevi, scelti per mostrare la dinamica, non per giudicare le persone:

  • “Certo che questi ucraini sono proprio idioti… Questi ucraini sono dei maledettissimi geni!!!”
  • “Sei il perfetto esempio di propagandista russo… discutere con un putiniano è come discutere con un novax o un terrapiattista.”
  • “L’ambigua evidenza di una evidente ambiguità…”
  • “Ivo sarà anche di parte, ma…”


Questi esempi non richiedono commenti. Parlano da soli. Mostrano il clima, il livello del dibattito, la sproporzione tra contenuti e reazioni, e la difficoltà di sostenere un confronto che non dovesse limitarsi a ripetere ciò che era già noto, evidente o già accettato.

E, a voler essere retorici, resta un rammarico: peccato che quei thread siano stati tutti bloccati. Sarebbe interessante sapere come la pensano oggi coloro che allora si rifugiavano nel mantra “aggressore/aggredito”. Non per giudicarli, ma per capire se la realtà, nel frattempo, ha spostato qualcosa.

Questa premessa non vuole convincere nessuno. Vuole semplicemente restituire un quadro: ciò che è stato scritto, ciò che è stato risposto, ciò che è stato chiuso. Il resto lo farà il lettore, se vorrà.

The Relentless.jpg

The Relentless.jpg


1. Prologo: la soglia degli spazi digitali

Ci sono discussioni che non si esauriscono: vengono esaurite. Non perché manchino argomenti, ma perché superano la capacità del luogo che le ospita. È un fenomeno ricorrente nei piccoli spazi digitali, dove la promessa di confronto si scontra con la fragilità strutturale del contenitore.

Quando la complessità cresce, la superficie si incrina. E non è questione di colpe: è questione di soglia.


2. Il nodo della complessità: quando la densità diventa un problema

In molti contesti online, un intervento articolato, lungo, strutturato, argomentato viene percepito come “chilometrico”, “unidirezionale”, “troppo denso”. Non perché in realtà lo sia, ma perché eccede la soglia di tolleranza del contesto.

La qualità non viene valutata in base alcontenuto, ma in base allo sforzo richiesto per leggerlo.

La densità diventa un difetto. La complessità diventa una provocazione. La profondità diventa un atto di parte.

E così, paradossalmente, ciò che dovrebbe essere un contributo viene vissuto come un disturbo.

Sembrerebbe la reazione tipica di chi non è interessato o non è abituato alla lettura dei libri…


3. Il caso di studio: la questione dell’equidistanza

Uno dei punti più delicati nelle discussioni geopolitiche è la richiesta implicita o esplicita di equidistanza. Come se ogni analisi dovesse necessariamente collocarsi a metà strada tra due posizioni, indipendentemente dai fatti.

Ma l’equidistanza non è una virtù universale. È un metodo utile solo quando le cause non sono note o sono in via di accertamento. Quando invece i fatti sono documentati, la neutralità diventa controproducente, una forma di cecità.

Chi ha formazione giuridica lo sa bene: la neutralità appartiene al giudice, non all’analista. E in un conflitto, semplificando, c’è sempre chi ha ragione e chi ha torto. Assumere una posizione intermedia per principio significa, sovente, favorire chi ha torto.

Eppure, negli spazi digitali, la richiesta di equidistanza è spesso un modo per evitare il disagio di prendere posizione.


4. Lageopolitica del 2024 riletta nel 2026

Due anni fa, ma anche prima, in pieno conflitto ucraino, si tentò di proporre una lettura che andava oltre il singolo teatro. Non una profezia, ma una constatazione: il mondo stava entrando in una fase multipolare, e l’Ucraina era solo uno dei nodi.

Oggi, nel 2026, quella lettura appare realmente ovvia.

· Le sanzioni hanno mostrato limiti strutturali.

· L’Occidente fatica a riconoscere la trasformazione del proprio ruolo.

· Gaza, Iran, Venezuela, Groenlandia: non sono episodi isolati, ma parti di un’unica ristrutturazione globale.

· E accanto a questi, l’elenco delle crisi “periferiche”, Myanmar, Sudan, Yemen, Siria, Etiopia, Repubblica Democratica del Congo, Somalia, Afghanistan, l’intero Sahel, mostra quanto il mondo stia cambiando in modo simultaneo e non lineare.

· La percezione occidentale è in crisi, non per mancanza di informazioni, ma per eccesso di rimozione.

E più l’elenco è ampio, più diventa evidente che la narrazione binaria “aggressore/aggredito” non è solo una lente insufficiente per leggere la realtà, non sempre la semplificazione è solo un limite cognitivo: è anche una scorciatoia che molti contesti preferiscono adottare, perché semplifica, rassicura e permette di evitare la complessità. In alcuni casi, questa semplificazione non nasce da ingenuità, ma da una precisa convenienza: ridurre ciò che è complesso a ciò che è facilmente gestibile, etichettabile, comunicabile.

Il punto non era “avevo ragione”. Il punto era: non si può leggere un mondo nuovo con categorie vecchie o con mediocri ideologie.


5. La dinamica del dibattito: quando la complessità incontra la soglia

Quando un intervento complesso entra in un contesto che non è progettato per sostenerlo, accadono sempre le stesse cose:

  • la discussione si polarizza,
  • la densità viene scambiata per arroganza,
  • la profondità viene percepita come un attacco,
  • la complessità viene interpretata come partigianeria,
  • la richiesta di equidistanza diventa un modo per evitare il contenuto.

E alla fine, la discussione non viene risolta: viene chiusa. Non perché sia degenerata, ma perché ha superato ciò che quello spazio era capace di contenere.


6. Il gesto della chiusura: non un limite neutrale

Quando uno spazio chiude una discussione complessa, non è un atto tecnico. È una scelta. E ogni scelta rivela una gerarchia di valori.

Chiudere una discussione non significa proteggerla: significa rinunciare a sostenerla. Non è un fallimento della discussione: è un fallimento dello spazio che la ospita.


7. Perché scrivere ancora: l’atto di archiviare

Questo testo non nasce per riaprire una discussione chiusa e che chi scrive non potrebbe in alcun modo riaprire. Nasce per archiviarla.

La memoria non è nostalgia: è dignità. La complessità non è un lusso: è un dovere.

Quando uno spazio non regge la complessità, non è un segnale per chi parla. È la misura del limite dello spazio.


8. Epilogo: quando la chiusura non è una soglia, ma una resa

Le discussioni non si interrompono sempre permancanza di argomenti. A volte si interrompono perché qualcuno decide che è più semplice chiudere che sostenere il peso di ciò che sta emergendo.

Non è una soglia: è una resa. Non è un limite tecnico: è un limite di volontà. Non è protezione del contesto: è protezione da ciò che il contesto non vuole vedere.

La complessità non è mai il problema. Il problema è la paura della complessità.

E quando uno spazio preferisce spegnere la luce invece di guardare ciò che illumina, non è la discussione a fallire: è lo spazio stesso che dichiara la propria inadeguatezza.

I concetti, però, non muoiono.

Quando uno spazio cede sotto il peso della complessità, non è un segnale per chi parla. È un referto sullo spazio stesso.

Il mondo non si legge per capitoli isolati. E chi chiude un capitolo per paura di leggerlo non ferma la storia: semplicemente si autoesclude dal comprenderla...

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Commenti e note

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di ,

Grazie Corneliofallaci. La tua osservazione coglie bene il punto: quando gli schemi diventano automatismi, funzionano solo finché certe forzature restano entro i loro confini. Basta uno scarto, e l’intero impianto si inceppa. E in effetti, certe vicende mostrano anche un’ironia di fondo: ruoli che sembravano consolidati possono ribaltarsi, e chi era in posizione di forza può ritrovarsi improvvisamente dall’altra parte del tavolo. È uno di quei paradossi che rivelano quanto le letture rigide fatichino a reggere il passo dei fatti...

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di ,

Gran bell’articolo, Ivo. Aggiungo solo una cosina sulla Groenlandia, perché lì la realtà ha superato la fantasia. Per anni c’è stata gente che nei thread ripeteva il mantra “aggressore/aggredito” come se fosse la formula magica per capire tutto. Bastava quello, fine. Poi succede qualcosa che non entra più in quello schema, e all’improvviso non si sa più dove metterlo. Silenzio. Spariti. Nemmeno un “forse ci siamo sbagliati”. Niente. La Groenlandia è proprio questo: mosse improvvise, reazioni europee che sembrano fatte col pilota automatico, e un generale imbarazzo nel capire chi fa cosa e perché. E intanto c’è ancora chi continua a usare le stesse due etichette come se il mondo fosse rimasto fermo al 2022, ma solo quando gli fa comodo. Quando gli scenari diventano più scomodi o coinvolgono attori “di casa”, improvvisamente quelle etichette spariscono. E lì cala un silenzio che dice più di mille analisi. E qui, lo dico senza giri di parole, sarebbe interessante sentire oggi quelli che allora ti davano del visionario. Non per vendetta, ma per capire se almeno la realtà, nel frattempo, ha bussato alla porta. Perché la cosa più ironica è questa: a volte non servono nemici esterni per complicare le cose. Bastano gli amici, o quelli che si definiscono tali. E quando succede, la scena diventa quasi comica. Se non fosse che c’è poco da ridere.

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