Ce l' ho fatta!
ho pensato mentre spingevo il carrello nel piazzale.
Sopra, gli imballaggi della Poang e del tavolino acquistati.
"Ce l' ho fatta ad attraversare un mondo dove la mia esistenza evapora!".
Mi fermo.
Guardo la mastodontica struttura in vetro e metallo che rilancia, con bagliori grigi azzurri e gialli, la luce di fari e lampade fluorescenti che colpisce le sue superfici.
Alla mia sinistra risalgo con gli occhi l' imponente traliccio, fino al luminoso giallo dell' insegna
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La mia esistenza non si è ancora pienamente solidificata. Le molecole devono assestarsi per ridare al corpo la sensibilità e la coscienza dell' individualità nota.
Sull' anello di autostrade che avvolge il centro commerciale, i fanali delle auto tracciano strisce di luci.
Bianche, rosse, gialle. Veloci.
Un gigantesco pittore astratto, affida al caso le traiettorie dei suoi pennelli elettromagnetici. Jackson Pollock gettava sulle tele i colori, li spruzzava, li gocciolava, li calpestava. Le sue opere sono esposte nei maggiori musei. Qui l'artista invisibile muove luce e metalli nello spazio tridimensionale. La sua opera mutevole, sempre simile, non è mai la stessa. Il suo museo è qui. Contiene quest' unica opera in movimento, infinita, segnata da una pazzia astrale.
"Gli extraterrestri sono tra noi" penso. "Hanno costruito immense strutture dai percorsi obbligati e di indifferenza assoluta. Con ragnatele di luci attirano gli umani. Si nutrono di banconote e di flussi elettronici di denaro virtuale. Vivono nel campo finanziario che si sovrappone ai campi gravitazionale ed elettromagnetico. Lo spostamento del denaro perde progressivamente materialità. E' un' onda nel campo finanziario che si propaga alla velocità della luce"
Forse non è così. Forse è solo la fantasia di una mente abbagliata dalle luci del traffico, incastrata in ingranaggi ciclopici.
"Ecco Giovanna", dico quando arrivo a casa, "se ti vuoi sentire zero, nulla, niente, o semplicemente piccola piccola, se vuoi avvertire l' indifferenza verso di te di tutto ciò che ti circonda, devi venire anche tu dentro una megastruttura commerciale. Tu ti illudi di essere perché frequenti piccole botteghe, Pretto o Quaglia, dove ti rivolgono la parola, dove sai come entrare e come uscire. Poi ti rifugi nella tua casa che ti sembra tutto il mondo. Un rifugio che contiene tutti i tuoi movimenti, sufficienti per esplorarlo. Non sei mai stata in una grande gabbia, dove proprio l' estensione dei tuoi movimenti ti fa sentire imprigionata".
Ci si sente nulla anche guardando il cielo e le stelle, però mentre le guardi c' è un filo che ti lega a chi ha passato la vita con te.
Il nulla che si avverte nelle megastrutture commerciali, è privo di conforto, ti senti solo tra estranei soli, dalle sembianze umane, tra macchine che fanno di te e di loro particelle elementari di un flusso di cui sfugge il senso.
Pur se "il senso della nostra esistenza" è impossibile da trovare, anche nel cielo tra le stelle.
Ma lì abbiamo lo spazio per un sogno, abbiamo il tempo per inventarci la favola che più ci piace.
E c' è anche chi dice, scavalcando la ragione con la fede, di avere di quel sogno una certezza, pur sapendo, come me, che l'unica certezza è il sogno.

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