giugno 2002
Ultimo giorno di scuola, penultima ora.
Nei corridoi i ragazzi liberi stanno completando uno dei loro giorni più allegri. Sui banchi variamente aggregati nelle aule aperte, bibite, torte e salatini progressivamente scompaiono, mentre i lettori dei CD diffondono musiche a volte frenetiche.
Ringo, serio, mi sta aspettando. Ha lo stesso volto pallido con cui si era arreso nell'interrogazione decisiva.
Pochi giorni fa.
Esigendone però una nuova in cui avrebbe dimostrato...
“Sei proprio deciso?” gli dico sulla soglia dell’aula.
I compagni più vicini lo incoraggiano sottovoce.
“Certo prof. Come le avevo detto…io...io non devo..., non posso avere l'insufficienza nella sua... materia..."
Il debole orgoglio sfuma nell'immagine di una sconfitta che fino all'ultimo ha creduto di evitare.
"...Altrimenti..." aggiunge, lasciandomi immaginare un seguito tenebroso dei suoi pensieri.
Ringo è un ragazzo allegro. Ha anche mostrato, a volte, un discreto desiderio di imparare. Ma è stato deludente in ogni prova. Ogni prova negativa lo abbatteva, ma ce ne sarebbe stata una nuova ed in quella si sarebbe riscattato, pensava. Del resto l'impegno non era mai stato eccessivo, sicuramente non sufficiente a superare le sue obiettive difficoltà.
Pochi giorni fa, l’ultima.
Fallita.
Nel lieve tremore della sua voce sento che il pensiero di Ringo coincide con il mio: in pochi giorni non si può modificare un anno.
Chiudo la porta dell’aula.
Tre compagni siedono nei banchi per ascoltare.
Ringo si avvicina alla lavagna, nemica nera.
Abbassa la testa quando gli consegno il gesso per risolvere l’esercizio proposto.
Digita sui tasti della calcolatrice, ma sulla lavagna lascia bianchi segni di sconfitta.
Non mi guarda mentre gli correggo gli errori invitandolo a procedere.
Sta rassegnandosi alla sconfitta temuta, ad una nuova dolorosa ferita.
Ed ora sono io di fronte al giudizio.
Non sarebbe difficile, pensando all’Elettrotecnica ed alle conoscenze dimostrate da Ringo.
Non sarebbe difficile, se Ringo fosse una macchina di cui valutare il funzionamento.
Non sarebbe difficile, se non ci fosse quel pallore chino all’ombra di un ciuffo senza allegria.
Ma in gioco c’è molto di più di alcune leggi di Elettrotecnica, di alcuni metodi matematici. Ci sono speranze naufragate di un desiderio di capire insieme all'ultima illusione di riuscire.
Davanti a me non c’è un foglio di carta con risposte sbagliate, ma un ragazzo respinto da una realtà che ne ha ignorato i sogni.
“Vedi”, gli dico, inasprendo il dolore della ferita, “qual è il livello delle tue conoscenze? Capisci il perché dell’insufficienza?”
Ringo annuisce dondolando il capo mentre io continuo un’analisi forse troppo cruda.
“Tu non dovevi ricattarmi con il cuore, dovevi lasciarmi libero di giudicare le tue conoscenze tecniche. Le sconfitte si possono anche subire, ma si deve saperle accettare, capirle per affrontare le decisioni future. Non puoi rimuoverle solo con la leva del sentimento. L’Elettrotecnica è infinitamente piccola se confrontata con la tua vita”
Pentendomi però immediatamente, lo incalzo:
“Dimmi, allora, quale voto daresti, tu, alla tua prova: porrò quel voto sui prospetti che devo consegnare”.
So già infatti cosa sta per rispondere.
Ed allora lo prevengo:
“Va bene, ti darò il sei desiderato, ma tu sai che ha poco a che vedere con l’Elettrotecnica. E' un patto tra noi, per darti la forza di accettare le sconfitte nella convinzione che sono rimediabili. Evita di implorare e potrai scoprire il piacere di trovare chi ti sa aiutare senza che sia tu ad esigerlo”.
Mi rendo ora conto che non avrei dovuto fargli pesare la mia generosità, se tale è ed ammesso che sia lecita, ma l'ho fatto. Ed allora dopo aver trascritto il voto sul registro, rivolgendomi ai tre compagni che hanno ascoltato in silenzio dico:
"Vedete ragazzi quant'è difficile un giudizio finale”.
Mi dirigo allora verso la finestra aperta, evitando ogni loro sguardo, per non cedere al nodo che mi si è formato in gola, incapace di capire se ciò che ho fatto, detto, deciso era ciò che doveva esser fatto, detto e deciso.
Molti non hanno dubbi o li rimuovono perché ne hanno paura.
Io non ho certezze. Spesso penso che è giusto non averne. Sostengo addirittura che è pericoloso averne di grandi. Ma non sono sicuro che non sia pericoloso esserne privi.
Quanto è successo ora è immodificabile.
Le onde elettromagnetiche sono già lontane.
Mi resta solo l'incertezza, con la debole speranza di un messaggio utile, nella miscela rischiosa e confusa delle mie parole e della mia decisione.
Libro
il racconto è inserito anche in questo libro cartaceo

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