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Libertà e democrazia in pericolo ?

Indice

Articolo realizzato con la collaborazione grafica di ADMIN

Premessa

Nel corso di precedenti discussioni, ho già accennato ad alcuni concetti legati alla libertà, alla democrazia e alla sicurezza economica. Tuttavia, l’ampiezza e la complessità di questi temi meritano un approfondimento più strutturato e dettagliato.

Con questo articolo, il mio obiettivo è analizzare in modo un po’ più esteso e complementare la natura della libertà e della democrazia, i meccanismi che spesso ne limitano l’effettiva applicazione e alcune minime strategie per navigare in un sistema sempre più regolato da forze invisibili.

Si tratta di un argomento vasto e articolato, e naturalmente un forum non può avere la stessa profondità di un libro. Per questo motivo, alcune tematiche saranno trattate con il grado di sintesi necessario per rendere la lettura fluida ed accessibile, pur mantenendo un approccio critico e analitico.

Non sitratta solo di un’analisi teorica, ma di una riflessione sulla realtà in cuiviviamo, con l’intento di fornire spunti utili per interpretare ciò che ci accade e, magari, per trovare nuove soluzioni.


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Libertà concessa: un ossimoro conveniente?

L’idea di "libertà concessa" porta con sé una contraddizione evidente. La libertà, per definizione, dovrebbe essere incondizionata, assoluta, svincolata da permessi o restrizioni. Se qualcuno può concederla, allora non è libertà: è un privilegio, un permesso temporaneo, una finzione ben confezionata per mantenere il controllo.

Concessione o diritto? Il grande dilemma

Un diritto, per essere tale, dovrebbe essere inalienabile, garantito senza possibilità di revoca arbitraria. Ma se una libertà è concessa, significa che esiste un’entità superiore che può regolarne l’accesso, modificarne i limiti o persino revocarla.

Questo crea un corto circuito logico:

Se la libertà può essere tolta, allora non è un diritto ma una concessione.
Se è una concessione, significa che esiste un potere superiore che la gestisce.
Se esiste un potere superiore, allora la libertà non è davvero libertà, ma uno strumento di controllo mascherato.

La realtà delle libertà moderne

Ovviamente, nelle società organizzate, le libertà non possono essere assolute. Devono essere bilanciate con leggi, norme e strutture sociali che evitino il caos. Eppure, il problema nasce quando il concetto di libertà viene trasformato in una moneta di scambio, qualcosa che può essere concesso a seconda delle esigenze politiche e istituzionali. Così, ci troviamo di fronte ad un paradosso: crediamo di avere diritti inviolabili, ma se il contesto cambia, scopriamo che quei diritti possono essere ridotti, regolati, sospesi o ridefiniti.

Un’illusione ben accettata

La libertà concessa è un ossimoro, ma è un ossimoro che funziona. È un concetto rassicurante, perché ci fa sentire al sicuro dentro un sistema che ci dice cosa possiamo o non possiamo fare. Accettarlo è più semplice che metterne indiscussione la validità, ed è proprio per questo che continua ad esistere.

La domanda però resta: siamo veramente liberi, o semplicemente autorizzati a sentirci tali?

Vediamo…

Libertà: il grande trucco di prestigio

La libertà! Quel magnifico miraggio che ci viene venduto come fosse un oggetto di lusso, disponibile solo per chi ha abbastanza "punti fedeltà" nel supermercato della società moderna. Tutti la cercano, tutti ne parlano, tutti se ne vantano. Ma quanti possono dire di averla davvero vissuta, toccata, annusata come il pane appena sfornato?

La verità è che la libertà è uno spettacolare numero di magia, un'illusione ben orchestrata. Noi pensiamo di essere liberi perché possiamo scegliere tra dieci diverse marche di yogurt al supermercato, ma se proviamo ad uscire dai binari della "libertà concessa", ecco che qualcuno ci ricorda che forse abbiamo esagerato. E così, il grande trucco di prestigio continua, con il pubblico che applaude ignaro e i maghi dell'illusione che sorridono compiaciuti.

Libertà con contratto a tempo determinato

La libertà non è un diritto, è un prestito. Funziona più o meno come un'auto a noleggio: puoi guidarla dove vuoi, ma guai a non rispettare le condizioni imposte dal contratto. Se all'improvviso qualcuno decide che hai superato il limite di chilometri, zac! La tua autonomia viene revocata, e ti ritrovi a piedi, a chiederti cosa sia andato storto.

Ma non disperiamo! Ogni tanto i "gestori della libertà" ci concedono qualche piccola vittoria, giusto per mantenere viva l’illusione. Nuove leggi, qualche piccola riforma, un po' di zucchero sul veleno. Così ci sentiamo parte del grande gioco democratico e torniamo tranquilli sul divano, a guardare Netflix e ad illudercidi essere padroni del nostro destino.

La libertà condizionata: il gioco delle tre carte

Il concetto di libertà viene spesso confuso con quello di permesso. Non siamo liberi, siamo autorizzati. Ed essere autorizzati significa che qualcuno, da qualche parte, ha il potere di revocare quella libertà in qualsiasi momento.
È un po’ come il famoso gioco delle tre carte: scegli quella che ti sembra giusta, ma sorpresa! Il banco ha già deciso in anticipo che non vincerai. "Vuoi libertà di espressione? Certo, ma entro certi limiti. Vuoi viaggiare? Assolutamente, ma solo dove decidiamo noi. Vuoi decidere del tuo denaro? Fantastico, purché segua le nostre regole."
Nel frattempo, ci riempiamo di illusioni. "La libertà di voto!" esclamiamo entusiasti, mentre le alternative che possiamo scegliere vengono accuratamente selezionate a priori da chi ha già scritto il copione. La democrazia diventa così un mix tra un talent show e una soap opera, con sceneggiature studiate e finali praticamente già decisi.

Conclusione: il trucco continua

Siamo liberi? Certo che no. Ma ci piace pensarlo, perché la verità sarebbe troppo scomoda. E allora continuiamo ad applaudire il grande trucco di prestigio, a far finta di scegliere, a lodare il sistema che ci permette di essere “quasi” liberi, ma mai del tutto.

E quando qualcuno ci dice che forse dovremmo smettere di giocare con le illusioni e reclamare una libertà vera, cosa facciamo? Beh, naturalmente lo etichettiamo come complottista, lo deridiamo e torniamo sereni al nostro quotidiano.

La domanda che resta è: quando ci accorgeremo che il sipario è già calato e che il prestigiatore è scappato con l'incasso?

Democrazia: il Monopoli truccato

Ah, poi c’è la democrazia! Quel magnifico sistema che dovrebbe garantire a tutti voce e potere, ma che sempre più spesso si trasforma in un gigantesco gioco da tavolo con le regole che cambiano a seconda di chi tiene in mano il libretto delle istruzioni. Se pensi di giocare in modo equo, ti accorgerai presto che qualcuno ha già deciso chi avrà il Parco della Vittoria e chi finirà diretto "in prigione senza passare dal via".
Abbiamo visto come la democrazia si sia trasformata in un gioco da tavolo con regole in continua evoluzione, spesso scritte da chi detiene il potere. Ma c’è un altro paradosso ancora più inquietante: può una democrazia difendersi senza contraddire i propri principi?


Le cosiddette forze antidemocratiche guadagnano sempre più consensi, e di fronte a questa minaccia, le democrazie liberali si trovano davanti ad un’alternativa quasi diabolica. Quale strada scegliere?

1. Bandire le forze antidemocratiche con mosse antidemocratiche, rischiando di legittimarle ancora di più.

2. Permetterne l’azione, rischiando che distruggano la democrazia più di quanto essa non si sia già sfigurata da sola.

Ed ecco che la domanda fondamentale emerge con forza: perché gli "antidemocratici" piacciono più dei "democratici" oggi?

Democrazia e l’alternativa diabolica: il paradosso della legittimità

Le “democrazie liberali” si trovano sempre più spesso davanti a un dilemma quasi diabolico:
Combattere le forze antidemocratiche utilizzando strumenti che, di fatto, minano i principi stessi della democrazia.
Lasciare che le forze antidemocratiche operino liberamente, rischiando di vedere la democrazia erosa dall’interno, più di quanto essa non sia già stata compromessa dai suoi stessi rappresentanti.

La contraddizione è evidente: per difendere la democrazia, i governi ricorrono a misure restrittive che, per loro natura, sono antidemocratiche. Si vietano partiti, si regolano le opinioni, si limitano le espressioni politiche “per il bene della collettività”. Ma a quale costo?

E la domanda più scomoda resta questa: perché oggi le forze antidemocratiche attraggono più consensi di quelle ufficialmente democratiche?

Il fascino del “contro”

Viviamo un'epoca in cui la democrazia si è indebolita non solo per fattori esterni, ma per proprie contraddizioni interne. Le promesse tradite, le politiche incoerenti e le disillusioni hanno fatto sì che i movimenti "contro" assumessero un’aura di autenticità, un’apparente alternativa ad un sistema che non convince più.

Così, le forze che si pongono fuori dall’establishment diventano sempre più attraenti, indipendentemente dai contenuti che propongono. L’insoddisfazione generale spinge le persone a scegliere qualsiasi cosa purché sia diversa, anche se questa “diversità” rappresenta un rischio per la libertà stessa.

Democrazia che limita sé stessa

Alla fine, il vero problema non è solo il successo delle forze antidemocratiche, ma il fallimento delle forze democratiche nel difendere i propri principi senza tradirli.
Se la libertà diventa un’arma da controllare e la democrazia un sistema che regola chi può partecipare e chi no, allora siamo già dentro un nuovo paradigma: la democrazia che si autodistrugge nel tentativo di proteggersi.

La questione rimane aperta: fino a che punto può una democrazia limitare la libertà senza cessare di essere tale?

La democrazia: teoria vs. realtà

Sulla carta, la democrazia è meravigliosa. Il popolo decide, il governo ascolta, e tutti viviamo felici e contenti. Peccato che la realtà sia più simile a un talent show in cui i vincitori vengono scelti non in base ai voti, ma al gradimento di qualche “produttore” che sta dietro le quinte.

Elettori che votano per il “meno peggio”, candidati che spariscono misteriosamente dalle liste, governi che fanno e disfano leggi senza che nessuno li abbia effettivamente scelti. Insomma, un sistema democratico che a tratti somiglia ad una scommessa al casinò: puoi puntare, puoi sperare, ma alla fine il banco vince sempre.

Le regole cambiano durante la partita

Nel gioco della democrazia, ci hanno sempre detto che le elezioni sono il momento sacro in cui il popolo sceglie i propri rappresentanti. Ma poi capita che, una volta votato, qualcuno decida che il risultato non va bene e trovi mille modi per modificarlo. Annullamenti, esclusioni, rimpasti di governo, transumanze da un partito all’altro senza passare dalle urne. Il bello è che ci sorprendiamo ogn ivolta!

Un giorno votiamo, il giorno dopo scopriamo che i vincitori sono altri. È un po’ come giocare a Monopoli e accorgersi che il regolamento prevede che alcuni giocatori partano con il doppio del denaro iniziale. Che sia una svista o un disegno preciso, il risultato non cambia: il popolo crede di giocare, ma il tabellone è già truccato.

I suggeritori invisibili

Uno dei misteri più affascinanti della democrazia moderna è il fenomeno degli "aiutini" internazionali. Per decenni ci hanno detto che siamo sovrani delle nostre scelte politiche, che votiamo in totale indipendenza. Poi, magicamente, iniziamo a sentir parlare di influenze esterne.

Gli “U S A”, la “U E”, le lobby finanziarie, le multinazionali… tutti sembrano avere un’opinione su come dovrebbero andare le cose. E guarda caso, l’opinione di chi vota sembra avere sempre meno peso rispetto alle decisioni prese nelle stanze dove l’ingresso è riservato a pochi.

Monitoraggio delle elezioni: che scoperta!

E così arriviamo alla genialata del momento: il monitoraggio delle campagne elettorali. Perché sì, dopo decenni di "collaborazioni strategiche", finalmente qualcuno si accorge che forse dovremmo controllare chi prova a influenzarci. Un po’ tardi? Forse. Ma meglio tardi che mai, no?

Peccato che, mentre ci affanniamo a controllare chi cerca di alterare le regole, nessuno sembra preoccuparsi di chi le ha già scritte in modo da garantirsi la vittoria prima ancora che la partita inizi.

Il paradosso dell’illusione collettiva

Eccoci qui, pronti ad affrontare uno dei più affascinanti paradossi della società moderna: la libertà come illusione collettiva. Il concetto è semplice e spaventoso allo stesso tempo. La maggior parte delle persone non vuole davvero essere libera, preferisce solo credere di esserlo.

Pensaci un attimo: la vera libertà richiede sacrificio, coraggio e una continua messa in discussione delle regole imposte. È faticosa, è scomoda, ed è anche rischiosa. Ma l’illusione della libertà? Ah, quella è comodissima! Ti permette di vivere tranquillo, di sentirti padrone del tuo destino senza doverlo realmente controllare. Ed è esattamente questa illusione che ci tiene incatenati, sorridenti e soddisfatti, mentre qualcuno stringe le redini senza che ce ne accorgiamo.

La libertà come spettacolo

La nostra società è una gigantesca produzione teatrale. Ci fanno credere di essere protagonisti del grande palcoscenico della democrazia, mentre in realtà siamo solo comparse con battute scritte ad hoc.

Vuoi sentirti libero? Perfetto, ti diamo qualche scelta limitata, qualche diritto condizionato e il permesso di lamentarti sui social. Vuoi ribellarti sul serio? Ah, no, quello no. E così, la libertà diventa una specie di reality show in cui tutti pensano di essere partecipanti attivi, mentre in realtà sono solo spettatori passivi che applaudono quando il regista lo ordina.

La strategia dell’adattamento

Uno degli elementi chiave per mantenere viva l’illusione collettiva, è il meccanismo dell’adattamento progressivo. Ogni volta che una nuova restrizione viene imposta, il popolo si lamenta per un po’, poi si abitua. E quando arriva la restrizione successiva, la reazione è meno violenta perché ormai abbiamo già accettato l’idea di perdere qualcosa.

Funziona così da sempre. Diminuiscono le libertà economiche, aumentano i controlli, si restringe il margine di manovra del cittadino medio… ma tutto avviene a piccoli passi, in modo che nessuno si alzi davvero dal divano per dire basta.

La comfort zone della servitù volontaria

Alla fine, l’aspetto più grottesco di tutto questo è che molte persone preferiscono vivere in un mondo dove la libertà è concessa piuttosto che conquistata. La servitù volontaria è comoda: non devi combattere, non devi pensare troppo, non devi affrontare il rischio di perdere tutto per ottenere qualcosa in cambio.

Meglio rimanere nella propria comfort zone, accettare le imposizioni con il sorriso e fingere che tutto sia normale. Le generazioni precedenti combattevano per la libertà, oggi ci accontentiamo di averla sotto forma di diritti limitati con scadenza.

Conclusione: siamo davvero pronti ad essere liberi?

Il vero problema non è chi ci toglie la libertà, ma il fatto che noi stessi la lasciamo andare senza troppi problemi. Preferiamo credere di essere liberi invece che lottare davvero per esserlo. Viviamo nell’illusione perché affrontare la realtà ci farebbe troppo male.

La domanda che dovremmo porgerci non è "chi ci sta togliendo la libertà?", ma piuttosto: "Perché continuiamo ad accettare questa illusione senza ribellarci?"

Dante, il poeta che ci ha sgamati

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Poi arrivò Dante. L’uomo che secoli fa ha capito tutto meglio di noi, e con un paio di versi ci ha sbattuto in faccia una verità che oggi suona più attuale che mai. Il Sommo Poeta non aveva bisogno di Twitter, di talk show o di editoriali scandalosi: un semplice passaggio nel Purgatorio è bastato a riassumere l’intero dilemma della libertà.


"Libertà va cercando, ch'è sì cara, / come sa chi per lei vita rifiuta."

Boom. Due righe e ci ha distrutti.

La libertà non è un gadget, è una lotta

Dante ci dice chiaramente che la libertà non è qualcosa che ti regalano, non è un diritto garantito solo perché hai compilato correttamente il modulo della democrazia. La libertà si conquista. E la conquista ha un costo, spesso altissimo.

Quanti oggi sarebbero disposti a rinunciare alla propria vita per la libertà? Quanti lotterebbero davvero invece di limitarsi a condividere post indignati su “Feisbuc”? La risposta fa paura, perché mette in luce la differenza tra chi la libertà la considera un valore assoluto e chi la vede come una bella parola da usare quando fa comodo.

Il prezzo della libertà

Dante lo sapeva bene, perché lui la libertà l’aveva persa. Esiliato da Firenze, costretto a vagare senza una patria, lontano dalla sua casa e dai suoi affetti. Per lui, la libertà non era un concetto filosofico astratto, ma qualcosa di tremendamente reale.

Eppure oggi viviamo in un'epoca in cui la libertà è più un hashtag che un valore concreto. La si sbandiera nelle campagne elettorali, la si usa nei dibattiti televisivi, ma quanti la vivono davvero come qualcosa di sacro, al punto da sacrificare tutto per difenderla?

Siamo disposti a cercarla davvero?

Dante ci ha lasciato una domanda implicita: quanto siamo pronti a combattere per la libertà?
Vogliamo davvero essere liberi, o ci accontentiamo della versione comodamente concessa dal sistema? Preferiamo affrontare la battaglia o restare nel nostro piccolo angolo di comfort, lamentandoci ma senza mai alzare la testa per sfidare chi ci tiene al guinzaglio?

La risposta non è semplice. Ed è forse proprio per questo che le parole di Dante ci colpiscono così tanto: perché ci costringono a guardarci dentro e a chiederci se abbiamo davvero il coraggio di cercare quella libertà che diciamo di volere.

Predatori istituzionali: dove sono i tuoi soldi?

Poi c’è ildenaro! Un tempo lo si nascondeva sotto il materasso, nel vaso in cucina, persino dentro vecchie scatole di biscotti. Oggi, invece, lo affidiamo con fiducia alle banche, alle istituzioni finanziarie e ai sistemi digitali. Che ingenui!

Viviamo nell’epoca del controllo assoluto. Pensiamo di essere padroni dei nostri risparmi, ma alla fine ci troviamo a chiedere il permesso per disporne come vogliamo. Con una semplice firma, con una nuova legge, qualcuno può decidere che il nostro denaro non è più così nostro.

Il sogno della sicurezza finanziaria

Il sistema bancario ci vende una fantastica illusione: "Lascia qui i tuoi soldi, saranno al sicuro!". Certo, a patto che le regole non cambino da ungiorno all’altro. E sappiamo bene che i regolamenti finanziari possono evolversi velocemente, senza preavviso, lasciando i risparmiatori a bocca aperta.

E poi arrivano le strategie di "trasformazione economica": il denaro non deve stare fermo, bisogna indirizzarlo verso investimenti più "strategici". Traduzione? Qualcuno ha deciso che la tua liquidità non è più tua.

Metodi alternativi di protezione

In un mondo dove la proprietà del denaro è sempre più teorica, proteggere i propri risparmi diventa una sfida. Vediamo alcune strategie:
Cassette di sicurezza: Un metodo ancora valido, ma in casi estremi può essere controllato.
Oro e metalli preziosi: Senza scadenza, senza inflazione. Una risorsa che resta invariata nel tempo.
Criptovalute: Per i più audaci, un modo per mantenere il controllo diretto senza intermediari… almeno finché il sistema non trova un modo per metterci sopra le mani.

Beni immobili e tangibili: Terreni, proprietà, opere d’arte. Quando il denaro perde valore, gli oggetti fisici spesso mantengono il loro peso economico.
Diversificazione geografica: Conti in Paesi con normative finanziarie differenti, un’opzione per chi cerca più libertà di movimento.

Ovviamente, non esiste una soluzione perfetta. Ogni strategia ha vantaggi e rischi, e il vero problema resta sempre l'incertezza.

Il grande trucco della proprietà finanziaria

Alla fine, la domanda che dovremmo porci è questa: quanto siamo davvero proprietari dei nostri soldi?

Se un governo, un’istituzione, una banca può decidere cosa puoi fare con i tuoi risparmi, allora la proprietà è solo un’illusione. È come affittare una casa senza sapere se il contratto verrà rinnovato ogni mese. Il problema non è solo economico, ma filosofico: il denaro rappresenta la nostra autonomia, e se non possiamo gestirlo liberamente, quanto siamo davvero indipendenti?

E mentre discutiamo di libertà finanziaria, nuove misure vengono introdotte per "tutelare il sistema", che tradotto significa: meno potere al cittadino, più controllo per chi governa la rete economica.

La soluzione? Non esiste una singola via di fuga. Ma la consapevolezza è il primo passo. Sapere che il sistema può cambiare le regole ci rende più attenti, più cauti e forse un po’ più liberi.

Conclusioni: libertà, democrazia e il grande inganno

Abbiamo attraversato il labirinto della libertà concessa, la democrazia-truffa, il paradosso dell’illusione collettiva, l’insegnamento di Dante e persino il controllo finanziario. E ora? Cosa ci resta?

La risposta è tanto semplice quanto inquietante: ci resta la consapevolezza. Sapere che la libertà non è un diritto garantito, ma un bene da conquistare e difendere. Capire che la democrazia è spesso una messinscena, un gioco con vincitori già decisi. Accettare che il denaro che crediamo nostro è in realtà soggetto a regolamentazioni che possono cambiarne la natura in un istante.

La grande domanda

Ora dobbiamo chiederci: siamo disposti a fare qualcosa per cambiare questa realtà?

È facile indignarsi, lamentarsi, scrivere post sui social e partecipare a discussioni accese. Ma la libertà non si ottiene con la semplice indignazione. Richiede azione, e questa è la parte difficile.

Cosa possiamo fare?

Abbiamo due scelte:
1. Accettare l’illusione e viverci dentro, godendo dei piccoli margini di libertà concessa, accontentandoci delle scelte limitate e chiudendo un occhio sulle contraddizioni del sistema.

2. Iniziare a pensare diversamente, a progettare vie d’uscita dai meccanismi di controllo, a individuare strategie per proteggere ciò che ci appartiene e difendere gli spazi di autonomia che ancora esistono.

Non si tratta di rivoluzioni violente o gesti estremi. Si tratta di autonomia mentale e critica, di essere coscienti dei meccanismi che ci governano e, soprattutto, di smettere di accettarli passivamente.

Il grande inganno

La più grande arma del sistema non è la repressione diretta, ma la capacità di convincerci che siamo già liberi. Se crediamo di avere tutto ciò di cui abbiamo bisogno, non lotteremo mai per ottenerlo davvero.

Ecco perché il primo passo verso la vera libertà è mettere in discussione il concetto stesso di libertà che ci è stato venduto. Solo allora potremo sperare di riscrivere le regole del gioco, o almeno di smettere di giocare con quelle truccate.

Transizione verso la sezione sulla neutralità

Abbiamo visto come la democrazia si trova spesso davanti a un bivio pericoloso: difendersi con strumenti antidemocratici o lasciare spazio alle forze che la minacciano. Ma c’è un altro elemento che rende ancora più complesso questo scenario: l’atteggiamento di chi sceglie di non scegliere.
La neutralità viene spesso dipinta come saggezza, equilibrio, persino superiorità morale. Eppure, quando si tratta di guerre e ingiustizie, non prendere posizione equivale a lasciare che altri decidano per noi. E qui torna in gioco Dante, con il suo giudizio impietoso sugli Ignavi: coloro che non hanno mai avuto il coraggio di schierarsi, condannati ad un’eternità di irrilevanza.

Ed ecco la domanda fondamentale: è davvero possibile essere neutrali senza rinunciare alla propria libertà?

Ignavia mascherata da neutralità: il rifugio di chi non sceglie

Quindi anche la neutralità è un problema! Quel comodo paravento dietro cui molti si nascondono per evitare il fastidio di pensare, scegliere e, peggio ancora, assumersi una responsabilità. C’è chi la difende come fosse una virtù suprema, un atto di equilibrio e saggezza. Ma Dante non la pensava così, e io nemmeno.

Il Sommo Poeta non li ha collocati all’Inferno, ma li ha relegati in un limbo di anonimato eterno. Gli Ignavi, incapaci di scegliere, sono condannati a vagare inseguendo una bandiera senza simboli, proprio come fanno oggi molti in politica e nei conflitti globali: senza identità, senza coraggio, senza idee.

Neutralità o complicità? Il grande inganno

Difendere la "neutralità" nei confronti di guerre come Russia-Ucraina o Israele-Palestina è, in realtà, una forma di complicità passiva. Dire "non mi schiero" significa accettare, senza dirlo apertamente, che la provocazione, la prevaricazione e la violenza possano continuare indisturbate.
La neutralità, in certi contesti, non è equilibrio. È rinuncia. È un modo pilatesco per lavarsi le mani credendo di non perdere la faccia, un gesto che permette di vivere senza mai mettere in gioco le proprie convinzioni.

"Io sono neutrale!" Traduzione: "Non voglio problemi, mi sta bene qualunque cosa purché nessuno mi chieda di prendere posizione.".

Eccolo, l'ignavo moderno: quello che osserva, analizza, commenta, ma alla fine non prende posizione.

La libertà di non scegliere non è libertà

Molti difendono la neutralità come se fosse un atto di libertà. "Io sono libero di non schierarmi!" Certo. Ma sei anche libero di chiuderti in casa e non uscire mai più, eppure nessuno chiamerebbe questo "vivere".

La libertà non è assenza di scelta, ma possibilità di scegliere consapevolmente. Restare neutrali di fronte a guerre e ingiustizie non è libertà, è un modo per evitare di affrontare le proprie responsabilità. Un uomo libero non può esser neutrale o equidistante...

Dante lo aveva capito benissimo, e aveva relegato gli Ignavi tra i rifiuti della storia. Non abbastanza coraggiosi per essere eroi, non abbastanza malvagi per essere dannati. Solo anime senza spina dorsale, dimenticabili e senza peso.

Conclusione: meglio scomodi che irrilevanti

La neutralità non protegge. Non salva. Non migliora nulla. Serve solo a far sentire meglio chi non ha il coraggio di prendere posizione. Meglio essere odiati per aver scelto che ignorati per non averlo fatto.
E se qualcuno pensa che Dante abbia esagerato nel giudicare gli Ignavi, beh… forse è perché un po’ si riconosce in loro.

E tu, che hai letto queste righe, quanto sei disposto a mettere in discussione l’illusione?

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Commenti e note

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di ,

Spero di non fraintendere il tuo spunto, ma in effetti si potrebbe tracciare un’analogia tra libertà politica e libertà dello spirito. Ma qui nasce una questione fondamentale: la spiritualità è autonoma, mentre lo Stato (e la religione) sono sistemi di controllo. Se la libertà concessa dallo Stato è un’illusione, allora cosa dire della libertà spirituale se "concessa" da Dio? Come lo Stato decide quali diritti concedere ai cittadini, molti credono che Dio offra la libertà spirituale a chi lo merita. Ma qui emerge il solito dilemma: Può davvero essere libertà, se dipende dal permesso di un’autorità che può revocarla? Se lo Stato regola diritti e doveri secondo le proprie convenienze, allora la concezione di un Dio che "elargisce" la libertà spirituale riproduce lo stesso schema: l’individuo non è realmente libero, ma soggetto a una volontà superiore che stabilisce limiti e condizioni. Spiritualità = Obbedienza, ecco la differenza essenziale: la vera spiritualità non è concessa, non è imposta, non è vincolata a dogmi. È autonomia interiore, un’esperienza che nasce dalla ricerca personale, non da regole predefinite. Se Dio si comportasse come uno Stato, concedendo libertà solo a certe condizioni, allora la spiritualità non sarebbe un percorso di scoperta, ma un sistema di obbedienza, una struttura gerarchica invece di una scelta consapevole. Quindi la libertà è reale o illusione? Il problema delle libertà concesse (politiche o spirituali) è sempre lo stesso: non sono mai autentiche, perché dipendono da chi le distribuisce. La libertà spirituale, se è vera, non può essere soggetta a un’autorità che decide chi ne è degno e chi no. Se la libertà deve essere chiesta, ottenuta o rispettare condizioni per essere concessa, allora non è libertà: è controllo mascherato da benevolenza.

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di ,

Ho l'impressione un discorso del tutto analogo, potrebbe farsi mettendo la libertà dello spirito al posto della libertà politica, e Dio al posto dello stato.

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di ,

Grazie Admin. Nel prossimo articolo non metterò più immagini, se lo riterrai opportuno lascerò a te la scelta. ;)

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