..................... Estate 1989 ...............
Se l'efficienza fosse il solo criterio di scelta di un'officina per biciclette, questa dovrebbe essere deserta. L'efficienza è quel che desideriamo, ma a volte ci appare lontana, astratta, quasi intimidatoria. Si desidererebbe essere più partecipi all'azione, vedere come si fa, magari anche fare.
Nell'officina di Carles [1] , la partecipazione è inevitabile.
E divertente anche.
Qui le chiavi non si trovano, o ci sono tutte meno quella richiesta. Qui un lavoro è iniziato e poi interrotto con rabbia per le sue assurde pretese. Qui gli oggetti di ferro si spostano, si ribellano, si mimetizzano, e si fanno trovare nei posti e nei momenti più impensati. Insomma è proprio quel che capita a me quando, a casa, mi imbarco in un qualche lavoretto. Mi sento quindi all'altezza dello specialista di turno, cui potrei perfino dare qualche consiglio.
Di là c'è la bottega da cui partono le biciclette nuove; di qua cumuli di biciclette anziane, in genere rassegnate, ma alcune, stranamente, fiduciose.
Il vecchio padrone se n'è andato l'anno scorso, preceduto di poco dal fedele aiuto meccanico. Quando acquistai la bici da corsa, dieci anni fa, per assicurarmi che il telaio era adatto al mio fisico, mi impose di stare in piedi, vicino alla bici, indicandomi come tenere il manubrio. Dopodiché s'allontanò di alcuni metri, mi guardò come ii modello per una foto pbblicitaria, inclinò la testa sulla sinistra spostandosi in silenzio verso destra lungo un arco di circonferenza, ed emise il giudizio:
"L'è proprio el so numaro"[2].
Ora l'aiuto meccanico è un ragazzino, quattordici anni massimo. Il suo capo, Carles, è il figlio del vecchio padrone. Più delle bici ama le moto. Ma le biciclette non le può abbandonare. Sono state il pane del padre quindi sono, come dire?, una parte del suo corpo, senz'altro della sua storia. Carles ricorda con molto affetto "il povero papà", come dice. Ed io ricordo le sue lacrime vere, che gli chiudevano nella mente e nel cuore l'irripetibile passato, mentre il corteo procedeva verso il silenzio definitivo del cimitero.
Adesso ci sta lui seduto sullo sgabello unto dell'officina. Uno sgabello metallico da bagno, rotto. Di fronte ha la bicicletta di turno, in sosta sul pavimento cosparso di grandi e piccoli oggetti metallici. Camice blu ed occhiali con montatura di plastica nera, lo stesso abbigliamento del padre, la guarda, la tasta come un medico (di una volta...) il paziente. Ha un'espressione di compatimento. La bici è infortunata, si vede, ma deve averlo fatto apposta per nostalgia dell'officina e, sotto sotto, per mettere alla prova l'abilità del capo. Che accetta la sfida dell'animale meccanico, con l'aria di un domatore. La bici si lascia trascinare in alto per essere agganciata, sella e manubrio, alle catene fissate al soffitto, visitata e curata. Scenderà dopo aver oscillato, sussultato, e forse anche riso alle imprecazioni del suo medico, con qualche pezza in più, qualche nuovo graffio, ma in grado di tornare al servizio di chi l'aveva accompagnata nel simpatico ambulatorio.
"I dirà ch'a son un vilàn parché biastémo, ma mi a vendo tute le mejo marche, Bianchi, Atala, Bottecchia, ecc.: beh, non ghe n'è una, a digo una, che la riva a posto. O la gà la catena tropo longa, o al freno tropo molo, o al cambio sbalà. Fato sta che… (e qui una bestemmia: ma è un'esclamazione che Dio non prende certo sul serio) no ghe n'è una, a digo una, che non la passa par chi, parfin prima d'andar fora dala botéga! Capiscito, caro 'l me dotore, come ch'a sta le robe? E mi chi, ch'a dévento mato!"[3].
Ho portato la bicicletta da poco acquistata, un'Atala City Bike, ruote in lega, 18 rapporti, con il cambio distrutto. Penso sia una delle prime city bike arrivate nel mio paese ed è il regalo per la promozione di Marco all'esame di terza media. E' stata sufficiente una pedalata di collaudo un po’ violenta per innescare una scomposta reazione del gruppo Shimano. Si è letteralmente capovolto, attorcigliando la catena e bloccando la ruota posteriore con inspiegabile e canzonatoria cattiveria. Evidentemente, in fabbrica, qualche cretino ha montato i pezzi a caso, e questi sono i risultati. Così a Carles tocca rimediare. Dopo un rapido esame Carles fa capire, con un'imprecazione, di non avere i pezzi di ricambio. Allora li ricava smontandoli da altre due bici simili."Voglio proprio vedere chi la vince!" è il senso del borbottìo mentre impugna chiavi e pinze con cui, senza tanti complimenti, affronta dadi, bulloni, molle e catena. Alla fine il gruppo Shimano cede ai molteplici attacchi ed il cambio torna a funzionare. La bici domata ora va, e Carles non può non rivolgerle un sarcastico sorriso, mentre me la consegna guardandola come un avversario scorretto battuto con una competizione regolare.
La rottura della bici nuova mi aveva amareggiato e non nutrivo molte speranze per una rapida rimessa in sesto. Qualche giorno prima, avevo portato la vecchia bici da Carles per sostituirle i copertoni. L'operazione aveva rappresentato un vero problema: Carles lottava con le ruote cui nessun copertone, presente in magazzino, s'adattava. O troppo largo o troppo stretto:"Ma che misura gale ste ròde!"[4]. Alla fine aveva lasciato l'ultimo tipo montato, affermando che sembrava un po' grande ma che andava sicuramente bene, anzi meglio dell' originale.
Per intervenire sul cambio distrutto della nuova arrivata, alzandosi dallo sgabello, aveva interrotto il lavoro in corso su una moto. Completamente smontata, il telaio sostava impotente su un piedistallo, mentre dadi, bulloni, rondelle, viti e pezzi di ferro dalle forme più strane, erano disseminati sul pavimento, su tavoli e banchi da lavoro, mescolati a cacciaviti, pinze, chiavi inglesi, martelli, stracci, raggi, cilindri, pistoni, candele, olio, taniche, morse, punzoni. Lo sparpagliamento casuale in un primo tempo m'aveva preoccupato, ma successivamente tranquillizzato. "Se Carles è capace di trovare il posto giusto a tutti quei pezzi in libertà assoluta, forse può risolvere il problema di questo stupido cambio" pensai.
Così è stato, in effetti. Non so se la diagnosi e la terapia adottata siano state le migliori. Probabilmente no, però la bici ora funziona. Lo spirito del padre gli ha lasciato un po' della sua passione. La precisione è una cosa diversa e non abita del tutto in quest'officina. Ma la lotta quotidiana con la durezza dell'acciaio, condotta con determinazione, ironia e fantasia, rende quest'officina ancora viva, direi "dal volto umano". Anche i pezzi di ferro vi sembrano acquistare una coscienza che utilizzano per capricci e scherzi, come il legno che "racchiudeva" Pinocchio.
Credo sia per questo che, nonostante la certezza che non otterrà mai soluzioni impeccabili, la gente continua a portarvi bici di ogni età bisognose d'aiuto. Di sicuro un rimedio sarà trovato e si potrà ripartire con la propria bici funzionante. Ed anche qualche sorriso.
Note
[1]"Dall'inglese Charles. Quando nacque Carles, mamma, lettrice di fotoromanzi, fu colpita da questo nome. All'anagrafe lo fece registrare proprio come lo pronunciava mentalmente leggendolo all'italiana: Carles appunto "
[2]"E' proprio il suo numero"
[3]Diranno che sono un villano perché bestemmio, ma io vendo tutte le migliori marche: Bianchi, Atala, Bottecchia: beh, non ce n'è una, dico una, che arrivi a senza problemi. O ha la catena troppo lunga, il il freno troppo allentato, o il cambio mal registrato. Fatto sta che… non ce n'è una, dico una, che non passi per quest'officina perfino prima di uscire dalla bottega. Capisci, caro il mio dottore, come stanno le cose? Ed io qui che impazzisco!"
[4]"Ma che misura hanno queste ruote"
Libro
il racconto è inserito anche in questo libro cartaceo

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