La confusione che si genera quando si parla di "regola dell'arte" e "normativa tecnica" è grande. Spesso viene confusa la prima con la seconda e viceversa. Potrebbe essere che il motivo principale sia che si confonde i termini norma e regola (magari anche legge)? Non so, certo che una distinzione fra i due, per chi opera nel nostro settore, è assolutamente indispensabile. Gustavo qualche giorno fa mi ha fatto tornare a riflettere sull'origine del termine "regola d'arte". Perché non parlarne allora nel mio spazietto di cosette pressocché inutili, scritte senza grosse pretese? ..Così, giusto per inquadrare da dove arriviamo. Spero di non dire delle inesattezze, e spero che chi ritenga di dire qualcosa di più (che io magari ignoro) l'aggiunga.
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Cos'è l'arte?
La famigerata "regola dell'arte" è una definizione che trae l'origine da molto lontano. Prende spunto da molto prima degli impianti elettrici, elettronici, del gas...
Non si conosce realmente quali siano le origini delle "arti", ma intorno alla metà del XII secolo, e soprattutto con lo sviluppo dei Comuni, si assiste alla fioritura delle corporazioni di mestiere, appunto le arti.
L'arte cittadina, è essenzialmente autonoma, un'associazione di autogoverno, per la difesa del gruppo produttivo. Da associazioni di fatto, diventeranno associazioni di diritto, di cui il governo locale, provvederà a dare riconoscimento.
Siamo nel medioevo, e la forma dominante di lavoro è quella artigianale; l'attività produttiva è di tipo casalingo. Il cuore dell'attività è la bottega, coincidente quasi sempre con l'abitazione del padrone. L'attività contava sui padroni di bottega, i maestri, i soci, i lavoratori, gli apprendisti, ecc. Tutti i membri concorrevano al buon andamento dell'impresa. C'è da dire che quasi sempre c'erano vincoli di parentela o rapporti d'amicizia, quando non di devozione.
Una prova dello spirito di reale corporativismo delle arti, si può vedere nel fatto che i membri di una stessa arte sceglievano la stessa strada per aprire bottega, ed ancora oggi molte vie portano il nome degli artigiani che vi si erano insediati.
Finalità dell'arte
Le finalità delle associazioni erano in special modo la tutela degli interessi dell'arte e disciplinare la sua produzione.
La funzione svolta dalla corporazione era
- controllare la produzione;
- controllare la vendita;
- proteggere il consumatore;
- impedire il turbamento dei prodotti dall'influenze estranee al mercato locale;
- difendere la dignità del lavoro (gli artigiani in questo modo si erano liberati dal servaggio antico).
Altri aspetti del corporativismo
Gli studiosi vedono come negativi altri aspetti legati alle corporazioni, ed in primis, il carattere monopolistico che prese il lavoro artigianale. Inoltre le arti puntarono a diventare un'istituzione politica capace di imporre i propri interessi al governo comunale, diventando addirittura, in certi casi, detentori del potere politico.
Cos'è la regola?
La parola regola, riporta a un sistema di precetti, e in special modo a me, porta alla mente un'impostazione "monacale", ovvero di stampo ecclesiastico. Magari anche perché, contrariamente a quello che si può pensare, le arti si occupavano primariamente di pratiche religiose e di mutuo soccorso. Tra le loro finalità c'erano quelle di offrire assistenza ai bisognosi, curare e arricchire le proprie chiese, e dare una percentuale sui guadagni, prevista per statuto, a Dio.
Quindi regola dell'arte, come la regola benedettina? Beh, non sono così erudito da poterlo dire. E forse a questo uditorio potrebbe anche non interessare.
Sarei curioso di visionare le fonti primarie per vedere le regole tecniche dei vari statuti, in quanto generalmente le fonti storiografiche, parlano soprattutto della condizione economica e delle implicazioni politiche delle arti. Tuttavia, qualche documento di "seconda mano" sono riuscito a trovarlo.
Nello statuto della corporazione dei fabbri modenesi del 1244¹, non vi è traccia di prescrizioni tecniche (ma sono presenti degli omissis): si parla del giuramento dei Massari, di norme comportamentali e delle pene pecuniarie a cui si incorre per la mancata osservanza delle prescrizioni contenute nello statuto.
Ho trovato anche un contratto d'apprendistato², sottoscritto da un padre che affida il figlio per 5 anni ad un ciabattino, dietro compenso di «10 soldi bolognesi e 2 capponi» ogni anno. Nel contratto viene detto che il calzolaio promette di istruire bene e fedelmente il ragazzo, e gli insegnerà a fare tutte e singolarmente le cose attinenenti al magistero dell'arte.
Questo mi fa pensare che verosimilmente non vi fossero dei veri e propri "trattati tecnici" a cui attenersi o da leggere e imparare (quanti poi sapessero leggere, in effetti, non saprei). Molto probabilmente la maestria in un arte si raggiungeva con la semplice esperienza e l'insegnamento da parte dei maestri di bottega. Quindi la "regola d'arte" difficilmente era articolata, con ogni probabilità aveva la stessa valenza d'oggi.
¹V. Franchini, lo Statuto della Corporazione dei fabbri del 1244, Modena 1914. Riportato in AA.VV., Storia D'Italia - Vol. III, De Agostini, 1980. pp 304-305
²A.I.Pini Testi storici medievali, Bologna, 1973. Riportato in AA.VV., Storia D'Italia - Vol. III, De Agostini, 1980. p 262.
Cosa veniva regolamentato
Non si transiva sulle prescrizioni statutarie.
Ci si prodigava ad impedire la concorrenza e scongiurare la sovrapproduzione, che poteva cagionare una crisi:
- si limitava il numero di apprendisti per ogni maestro;
- si fissava la durata del garzonato;
- si impediva l'assunzione di salariati fuggiti da altri gruppi;
- si impediva l'aumento delle paghe, di modo da non attirare troppi concorrenti;
- ci si opponeva agli stranieri che volevano esercitare mestieri già esistenti in città.
Venivano messe in ordine minuziose disposizioni per:
- l'acquisto e l'impiego di materie prime;
- la stabilità dei prezzi;
- garantire la buona qualità del prodotto;
- fissare un massimo di ore di lavoro;
- fissare la proprzione della quantità di merce;
- fissare le modalità di vendita;
- limitare la concorrenza...
Chiaramente il rischio (in alcuni casi è successo) era che per motivi protezionistici e monopolistici, le arti si potessero mostrare ostili alle invenzioni tecniche. Era opinione diffusa che la sostituzione del lavoro con macchinari, avrebbe provocato disoccupazione, anche nel caso in cui il prodotto fosse stato migliore. Perciò in alcuni casi i macchinari vennero addirittura distrutti o ne venne limitato l'uso.
Conclusioni
A chi può essere utile sapere che nel medioevo esistevano le arti, i cui membri si tramandavano i "segreti" del mestiere di generazione in generazione, e che i membri della corporazione conoscevano ed applicavano i metodi che maggiormente erano adeguati per eseguire specifici lavori di cui padroneggiavano l'arte, ma che badavano molto a mantenere il proprio status? Forse a nessuno. Forse l'argomento è un po' Off-Topic per EY, ma credo che ci ritornerò sopra, per vedere cos'è oggi la regola d'arte.

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