Anche a Pàvana arrivava il Natale.
Il mio primo ricordo è pieno di soldati americani e brasiliani che nel dicembre del 1944 si erano accampati, pochi giorni prima delle festività, in un campo poco lontano dalla mia casa.
Ricordo che era, come accadeva prima del riscaldamento globale, un Natale bianco.
La neve aveva coperto le siepi che delimitavano il mio orto dal campo dove moltissime tende di colore verde erano state allineate in lunghe file.
Ricordo che io, molto curioso anche allora, andai a vedere cosa succedeva tra le tende, ed un uomo vestito di verde prese un oggetto metallico da una tasca, lo portò all’altezza degli occhi e disse una parola che allora assomigliava a pittura, cioè picture, e sentii un rumore metallico, un click.
Corsi a casa e dissi a mia mamma che mi avevano fatto una pittura, lei mi guardò con un senso di protezione, mi passò le mani tra i capelli e continuò ad accudire alle faccende domestiche.
Ricordo che mancavano pochi giorni a Natale e mio cugino mi disse che lui stava facendo il presepe, io non sapevo esattamente cosa fosse, così gli chiesi se potevo andare a casa sua a vederlo.
Il giorno dopo andai a casa di mio cugino Nerio e lui mi portò in una stanza dove una buona parte era occupata da un tavolo con sopra una quantità incredibile di cose.
Sullo sfondo una montagna realizzata con un cartone accartocciato ed in parte ricoperta di muschio, sulla destra una capanna con all’interno diverse figure di varia grandezza.
- Guarda, mi disse Nerio, quella è la capanna con la Madonna, san Giuseppe e Gesù bambino.
Dopo un attimo continuò con una certa enfasi.
- Sono tutte statuine di terracotta.
Attese ancora un poco e rimarcò che:
- C’è anche il bue e l’asinello, poi ci sono i pastori con le pecore, e laggiù dietro la montagna, ci sono i Re Magi che stanno arrivando, ogni giorno fanno qualche passo in avanti.
Io ascoltavo senza fiatare, allora Nerio, con una certa sicurezza disse:
- Arriveranno per la Befana e porteranno dei doni a Gesù bambino.
Io ero paralizzato, mai avevo immaginato una simile quantità di cose. Mi meravigliavano le pecore che anche io avevo nella stalla, ma le mie non erano tutte bianchissime e non stavano accovacciate come quelle nel presepe di Nerio.
Le mie non stavano mai ferme, belavano, e scappavano dove speravano di trovare erba fresca.
- Guarda mi disse Nerio c’è anche il molino, e mi mostrò una casa al cui lato era stata ricavata una cascata costruita con un foglietto di carta stagnola per simulare il torrente che alimentava la ruota del molino.
- Vedi Carlo, mi disse Nerio, Gesù bambino mi porterà, la notte di Natale, i regali perché sta bene nella sua culla dentro la capanna ed io sono stato bravo. Mia mamma gli ha scritto una letterina con i regali che io vorrei avere.
Io ero senza parole, non avevo mai visto un presepe, né sentito parlare di regali chiesti con lettere scritte a Gesù bambino.
Corsi a casa trovai mio babbo che stava mungendo le pecore, non erano bianche ma leggermente grige e la stalla non era pulita come quella del presepe di Nerio.
Tutto di un fiato gli raccontai del presepe, dei Re Magi che erano dietro la montagne di cartone, della capanna con i personaggi di terracotta, del molino con l’acqua di stagnola, della lettera con la lista dei regali.
Mio padre alzò lo sguardo dal secchio quasi pieno del latte che aveva munto, si alzò in pedi e guardando sopra alla mia testa verso un punto non definito del muro,
- Forse anche tu avrai un regalo per Natale, disse, vado a scrivere a Gesù bambino.
Sollevò il secchio quasi pieno di latte e si avviò verso casa.
Dopo poco rientrai anch’io in casa, mia mamma e mio babbo stavano parlando e tacquero come mi videro arrivare.
- Perché non abbiamo fatto il presepe, chiesi,
- Perché le statuine costano, rispose mio babbo, è maglio mangiare che guardare le statuine.
Forse fu la prima volta che capii che i soldi potevano fare la differenza.
I soldati, due giorni prima di Natale, smontarono le tende e ad uno che spesso mi parlava gli chiesi dove andasse.
- Alla linea gotica, mi rispose, poi guardandomi fisso, sai noi siamo carne da cannone, mi mise una mano sulla testa e mi scosse i capelli.
Corsi da mio padre e ripetei le parole che quell’uomo mi aveva detto.
- E’ un ufficiale mi disse, e sa che la guerra è terribile.
Feci altre domande a mio babbo ma lui mi disse che erano cose troppo difficili da spiegare ad un bimbo.
La mattina dopo vidi su un ripiano di una credenza una piccola casetta di legno con un poco di muschio, tre piccole figure rozzamente intagliate ottenute da un ramo di castagno che erano state messe al suo interno.
- Ecco un piccolo presepe, non è bello come quello di Nerio, disse mio babbo , ma non so fare di meglio.
Poi con un sorriso continuò.
- Vedrai che anche questo Gesù bambino sarà capace di portarti almeno un regalo.
Quella piccola capanna mi sembrava una reggia, la piccola figura intagliata nel legno che con molta fantasia sembrava un bambinello mi dava una bella luce di speranza.
La sera della vigilia di Natale nevicò ancora, non molto ma abbastanza per coprire in modo favoloso tutte le piante, poi venne il sereno e a luna, piena grande e molto luminosa, nacque dalla cima del monte che mio babbo chiamava il monte di Badi.
Andai a letto con grande speranza, sicuro che anche a me Gesù bambino avrebbe portato qualche cosa.
Appena sveglio la mattina di Natale corsi scendendo le scale verso il camino che era stato già acceso.
Mio nonno Federico stava mangiando la colazione fatta con pezzetti di pane inzuppati nel latte contenuto in una ciotola bianca con una riga blu sul bordo superiore.
- Guarda mi disse, ho visto Gesù bambino che ti portava quel pacchetto.
E mi indicò un involucro abbastanza grande sulla destra del camino.
Non me lo feci ripetere due volte, corsi, lo presi e lo aprii.
Era una specie di carretto con una piccola cabina colorata di nero che forse voleva raffigurare un camion, simile a quelli dei militari che erano partiti qualche giorno prima.
Una cordicella legata sul davanti permetteva di tirarlo e quatto piccole ruote dipinte di rosso giravano agevolmente con un leggero cigolio.
Il cassone tinto di verde permetteva di metterci dentro piccoli oggetti da portare in giro.
Era bellissimo, stranamente simile come lavorazione alle statuine della casetta del presepe che stava ancora sull’angolo del tavolo, ma uello era per me, solo per me.
Lo misi in terra sul pavimento di mattoni rossi della cucina e cominciai a tirarlo, uscii dalla porta e sulla neve ancora fresca lasciava una doppia scia dietro le mie orme.
Anche per me era finalmente arrivato Natale.

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